Andrea Antonelli, la morte e le polemiche

Destino, negligenza, passione, riflessioni a cuore aperto sulla morte del pilota italiano a Mosca - sondaggio - video dell'incidente -

Andrea Antonelli con VAlentino Rossi in una foto pubblicata sulla sua pagina facebook (credits: Ansa-Facebook)

Carlo Genta

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Non era una superstar ma un sorriso furbo nella nuvola dei pazzi. Piloti delle categorie inferiori, gente che non guadagna molti soldi, ma che anzi nella maggior parte dei casi ne deve iniettare nelle vene di una passione che non ha confini. Gente che deve rovistare tra gli sponsor, anche locali, che passa la notte in officina inseguendo il rumore perfetto, che si nutre di adrenalina quando doma un mostro da duecento cavalli.

Ora che Andrea Antonelli è morto su una strada chiusa inondata dalla pioggia ai bordi di Mosca, diluviano rimpianti, accuse e demagogia insieme al dolore acuto. Che sarà per tutta la vita compagno di un altro ragazzo italiano, pure di 25 anni come il povero Andrea: Lorenzo Zanetti, stessa vita e stesso mestiere. Il destino bastardo ha voluto che fosse lui ad investire in modo letale l’amico.

Sì, lo sappiamo: vi viene in mente Simoncelli e Valentino Rossi che gli passa sul collo a 180 all’ora. Immagini chiare, che hanno fatto il giro del mondo alla velocità della luce per molti giorni. Queste invece sono immagini sfocate, lontane e ci si capisce poco nel grigio della pioggia.

Non ci saranno odiosi funerali in diretta tv, ma qualche servizio nei telegiornali. E poi un mucchio di interviste che ci rigiriamo tra le mani. Il senno di poi, anche e soprattutto tra la gente di Antonelli (piloti) deborda come quell’acqua sulla pista russa.

“Non si doveva correre, fermiamo tutto. Fermiamo lo show, fermiamo il mondo”. Perplessità. Ecco la sensazione, sfogliando e risfogliando le pagine dei giornali, leggendo e rileggendo. Lo dice gente che ha la moto nel sangue. E che solo quelli che come loro ce l’hanno, anche se non hanno mai toccato una pista, possono provare a capire almeno un po’. Lo dice gente che si spacca le ossa si fa rattoppare e il giorno viaggia con il gas aperto, sfiorando la strada con la faccia. Salvo poi cadere ancora, farsi rattoppare di nuovo e tornare a giocare con la vita una settimana dopo dall’altra parte del mondo.

Questa è solo l’ultima storia, quella di Lorenzo, di una serie infinita. Ora loro, proprio loro come normale, cercano insieme a noi un motivo, una colpa da attribuire, una ragione. Che non esiste. Siamo d’accordo ovviamente: è necessario evitare le situazione estreme e quella di Mosca lo era.

Poche ore dopo quel dramma di Mosca che non abbiamo le parole per raccontare, a Laguna Seca Marc Marquez e Valentino Rossi si sfidavano su una discesa pazzesca, il famoso “cavatappi”, mettendo le ruote su un tombino a bordo pista (cercate su Facebook “gli amici del tombino” e cliccate mi piace oppure anche no). Il Dottore aveva appena twittato: “In giorni così viene voglia di andare tutti a casa”. Nel 1976, Niki Lauda in Giappone perse un Mondiale perché decise di fermare la sua Ferrari sotto un diluvio universale. Due mesi prima Lauda era uscito con la pelle in fiamme dal rogo del Nurburgring. Vinse James Hunt su McLaren, altro pazzo certificato. Insomma, quelli che vivono sulla linea del confine non sono ragazzi come voi, uomini come noi. Anche questa è una realtà che va accettata.

Andrea Antonelli è morto facendo la cosa che gli piaceva di più nella vita: correre in moto. Non potrà mai essere una consolazione e forse è cinismo allo stato puro, del quale ci assumiamo ogni responsabilità. Le moto, le macchine da corsa, la velocità estrema sono rischio assoluto, come sanno perfettamente quei “signori nessuno” che ogni anno lasciano la pelle sull’isola di Man, provando a correre il TT. Ve lo dice un signor nessuno come il sottoscritto che anche in un giorno come questo venderebbe l’anima al diavolo per provarci.

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