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Vela, 11 donne alla conquista della Volvo Ocean Race

Alla scoperta di Team SCA, l'unico equipaggio femminile della regata oceanica più dura al mondo, nel racconto del nostro inviato alla partenza di Alicante

Volvo Ocean Race 2014-2015 - Leg One

Teobaldo Semoli

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La vela blu e rosa della barca di Team SCA prende il largo e si perde all’orizzonte, nei riflessi del tramonto sulle acque del porto di Alicante. A bordo, 11 donne – mamme e giovani ragazze tra  i 28 e i 41 anni – veliste di professione. Davanti l’oceano Atlantico e 8 mesi di navigazione attraverso 5 continenti, per 74 mila chilometri totali, rimanendo in mare fino a oltre 30 giorni consecutivi. E’ la partenza della Volvo Ocean Race, la regata oceanica più dura del pianeta (che terminarà il 27 giugno 2015, a Gotenburg), ed è anche l’inizio della sfida della squadra tutta al femminile messa insieme dall’azienda svedese SCA, che in un training 2 mesi a Lanzarote ha selezionato le migliori veliste del globo per competere contro altri 6 equipaggi maschili.

L’idea della compagnia forestale, proprietaria di marchi come Tempo e TENA e oggi leader nel settore dell’igiene, è molto semplice: proporsi per la prima volta ai propri clienti, composti per l’80% da donne, con il marchio SCA. E quale occasione migliore per lanciare il nuovo brand se non in una gara che, per la prima volta, vede al via sette imbarcazioni identiche e con un equipaggio di sole donne che nei giorni della partenza ad Alicante ha subito catalizzato l’attenzione delle centinaia di giornalisti accorsi da tutto il mondo per la partenza della regata.

Le ragazze di Team SCA cantano Wake me UP - VIDEO

La sfida che attende le ragazze è però tutt’altro che un’operazione mediatica. La Volvo Ocean Race è una regata ai limiti delle capacità fisiche, quelle che servono per sollevare vele del peso di 300 chili – per questo l'equipaggio di Team SCA è composto da 11 membri, tre in più degli equipaggi maschili – e mentali, fondamentali per vivere in poco più di 20 metri quadrati e dormire nei letti (forse sarebbero più corretto definirli loculi) posizionati sottocoperta. Oltre alla poca superficie a disposizione, il problema è che la loro inclinazione viene regolata conseguentemente a quella delle barca, che grazie alla sua chiglia basculante è in grado di piegarsi fino a 40 gradi e raggiungere i 44 nodi di velocità (circa 80 chilometri orari). Questo significa che a ogni virata il sonno va interrotto per spostare i bagagli (per questioni di peso) e trasferirsi sull’altro della barca. E così durante ognuno dei turni di “riposo” (si fa per dire) di 4 ore.


 

La vita a bordo d'altra parte è bel lontata da quella che si svolge sulle barche per il tempo libero: entrare nel bagno è un'impresa e la cucina non offre più di un bollitore, buono solo per scaldare l’acqua – ricavata da un dissalatore, dato che stivare liquidi renderebbe la barca troppo pesante – per sciogliere i cibi liofilizzati, gli unici a disposizione durante la regata. In aggiunta le atlete possono consumare 2-3 tre barrette energetiche per raggiungere le 6000 calorie quotidiane necessarie a sostenere le fatiche della navigazione.

“Durante una tappa (che alla Ocean Race chiamano “Leg”, ndr) si possono perdere fino a 8 chili di peso – spiega il Team Manager Richard Brisius, che ha scelto le ragazze nella selezione di Lanzarote –. La cosa più difficile, con periodi di riposo ridotti a 6-7 giorni, è riuscire a recuperare le energie in così poco tempo. Per questo le ragazze hanno sostenuto allenamenti estenuanti, con lunghe sessioni in palestra, per preparare il fisico. Per quanto riguarda la mente invece ognuna ha il suo modo per ricaricarsi, e deve riuscire a farlo in autonomia”.

Una delle difficoltà più grosse a cui vanno incontro gli equipaggi è quella di non poter comunicare con la terra ferma, se non attraverso uno scambio di email che deve transitare necessariamente dal Race Control, una stazione di controllo avveniristica (in stile Nasa) dove vengono monitorati costantamente tutti i parametri della gara, dal meteo fino alla posizione delle barche (qui la mappa aggiornata in tempo reale). Niente smartphone o Skype quindi, nemmeno per le mamme di Team SCA che spesso non possono parlare con mariti e figli per settimane intere. Sicuramente non prima dello stop successivo (il prossimo è fissato a Cape Town tra una ventina di giorni). “Ho sempre con me una foto di mio marito e del mio bimbo, ma non la guardo per non incappare nella malinconia – racconta Carolijn Brouwer, timoniere della squadra – è difficile, ma già durante i mesi di allenamento i nostri figli capiscono che staremo lontani per diverso tempo. In un certo senso possiamo dire che anche loro sono preparati”. Questione di geni, forse. Carolijn viene da una famiglia che ha la vela nel sangue. “Mio padre e mia madre gareggiavano insieme – continua – fino a quando un giorno mia madre cadde in acqua e mio padre rinunciò a soccorrerla pur di raggiungere il terzo posto. Da allora non sono più saliti sulla stessa barca”.

Intorno alla Volvo Ocean Race aleggia un alone di leggenda figlio della storia della regata – la cui prima edizione risale addirittura al 1972 – e delle sfide a cui vengono sottoposti i velisti. Come quella del passaggio di Capo Horn, all’estremo meridionale della Terra del Fuoco argentina, con onde alte 30 metri e venti a 160 chilometri orari. Chi ci riesce entra a far parte di una ristretta élite di navigatori che si riuniscono in associazioni di "Cap-Hornier" (come vengono chiamati i reduci di Capo Horn). Queste imprese sono impresse sulle pareti del museo di Alicante dedicato alla Volvo Ocean Race. Scorrendo l’albo d’oro della regata – che nella sua prima versione iniziava e terminava a Portsmouth, e copriva distanze decisamente più brevi – si scopre che solo l’olandese Conny van Rietschoten è riuscito a vincere per due volte. La seconda dovette curarsi da solo da un infarto capitatogli durante l’ultima tappa. Anche per questo oggi ogni squadra deve avere a bordo un membro dell’equipaggio – che nel caso del Team SCA è la ventinovenne Sophie Ciszek, laureata in medicina –  in grado di fare medicazioni e prendersi cura dei propri compagni. Salvo in casi di estrema emergenza infatti non è dato fermarsi, e non c’è da stupirsi nel veder rientrare in porto velisti col naso rotto – magari dal passaggio del boma –  o senza un paio di incisivi. Fa tutto parte della regata.

Che cosa abbia spinto l’equipaggio di Team SCA a sottoporsi a una tale “sofferenza”, sotto ogni punto di vista, è difficile da spiegare. Nei messaggi lasciati dall'equipaggio sul totem, posizionato davanti alla barca ormeggiata nel porto di Alicante, si parla di sogni, di superare paure e limiti, “quelle che ci fanno sentire alcune sfide come insormontabili – scrive lo skipper Sam Davies – e che invece il nostro corpo è in grado di rendere possibili”. Sta di fatto che ora davanti a queste donne c’è una montagna, anzi un Oceano "da rispettare" e da superare, in una continua metafora che racconta tanto di quello che siamo come "uomini". Pardon, essere umani. Non per niente la chiamano “the Human Race”.

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