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Volley: Angel Dennis, un (italo) cubano a Milano

Primo giocatore a fuggire approfittando di un ritiro in Belgio, venne subito in Italia. Dov'è tornato dopo una pausa sudamericana

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Piero Giannico

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Quindici anni dopo la fuga dal ritiro della nazionale di Cuba che cambiò la storia della pallavolo mondiale, Angel Dennis continua a far discutere. Questa volta però per più "banali" questioni di tesseramento: dopo le ultime stagioni nel campionato brasiliano, il 39enne caraibico con trascorsi in A1 a Macerata e Modena è tornato infatti in Italia per indossare la maglia della prestigiosa Revivre Milano, costretta però a registrarlo come terzo extracomunitario del club pur essendo Angel in possesso di regolare cittadinanza italiana. "A me però importa solo di giocare", mura subito qualsiasi polemica il nuovo opposto di Milano, "e sono felice di poter contribuire alla crescita della mia nuova squadra".

Un'altra curiosità però ce la devi togliere. Sei considerato italiano dalla stagione 2004-2005, ma non hai mai giocato con la nostra Nazionale: come mai?
"Fui convocato dall’allora ct Gian Paolo Montali per una settimana di allenamenti a Salsomaggiore Terme, ma non fu mai versata la tassa di 30 mila euro dalla Federvolley per regolarizzare la mia posizione con la FIVB (la Federazione internazionale, ndr) e così non indossai mai la maglia azzurra in partita. Segno che doveva andare così...".

 

A proposito del tuo cambio di Federazione: sei stato il primo atleta a fuggire da Cuba, ti è capitato di sentirti in colpa per averlo fatto?
"No, mai. La mia fuga dal ritiro della Nazionale nel 2001 in Belgio fu indotta dal mio desiderio di libertà e di potermi misurare con i campioni dell’A1 italiana. Con Cuba avevamo vinto tutto a livello mondiale e per noi atleti giocare in club italiani era una sorta di premio: ce l’hanno negato e così abbiamo dovuto raggiungerlo per altre strade. Dopo di me sono poi fuggiti dal ritiro altri forti giocatori come Ihosvany Hernandez, Ramon Gato, Jorge Luis Hernandez e Yasser Romero".

Hai mai avuto rapporti diretti con Fidel Castro, prima di prendere quella decisione che rimarrà negli annali non solo sportivi?
"Con Fidel ho parlato più di una volta fino a quando sono stato un atleta della Nazionale; una volta fuori da Cuba, non ho però più avuto contatti, come comprensibile".

Sei più tornato sull'isola?
"Sì, la prima volta nel dicembre 2014, quando ho appunto avuto il permesso del Governo per tornare a Cuba. E da quel momento ne ho approfittato altre volte, l’ultima lo scorso giugno".

Dopo gli anni in Brasile, ora sei anche tornato nel nostro Paese: come hai trovato la nostra Serie A1?
"Gli anni più importanti della mia carriera li ho trascorsi proprio in Italia e ho ritrovato un Campionato di ottimo livello com'era allora. Mi piace poi il fatto che i palazzetti sono sempre pieni: la Lega Pallavolo Serie A ha sempre fatto un grande lavoro in questo senso".

Cosa vedi nel tuo futuro?
"Vorrei giocare qualche altro anno in A1, poi ho in mente dei progetti da sviluppare in Brasile con la mia attuale moglie Sany Mazzuchetti, avvocato e prossima alla laurea anche in medicina, che tra l'altro ha origini bergamasche. Poi ovviamente mi impegnerò nel seguire mia figlia Elena Caridad, che potrebbe anche essere una futura pallavolista".

Basta invece con i campionati "esotici"?
"Credo proprio di sì. Ma al prosoito ci tengo a precisare che quando ho giocato in Paesi come Qatar, Kwait e Libano, l’ho fatto sì per i soldi, ma anche per le amicizie che si erano create. Come sono certo accadrà anche a Milano".

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