Volley: l'Egitto di Antonio Giacobbe

Il ct toscano, che ha appena vinto la Coppa d'Africa con la Nazionale del Cairo, racconta l'esperienza vissuta durante la rivolta popolare

Antonio Giacobbe, ct dell'Egitto, in un timeout durante la Coppa d'Africa vinta a settembre per la terza volta in carriera. (Credits: Fivb)

Cristina Marinoni

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“Se conosci il trionfo e il disastro, tratta allo stesso modo quei due impostori”. La frase di Rudyard Kipling, che accoglie i tennisti sul Centre Court di Wimbledon, dà il benvenuto sull’account Skype di Antonio Giacobbe. “Chi fa il mio lavoro spesso prova le due situazioni opposte e penso sia bene mantenere costantemente il giusto equilibrio mentale”, spiega il ct dell’Egitto, con cui ha vinto lo scorso settembre la Coppa d’Africa. E i “due impostori” l’allenatore di Cecina, 66 anni, in oltre cinque lustri di carriera li ha incontrati spesso. Coach dell’Italvolley femminile negli anni Ottanta, di fede buddista dal 2000 (appartiene alla scuola Soga Gakkai, la stessa di Roberto Baggio), ha condotto la Tunisia al secondo turno ai Mondiali (2006), prima Nazionale africana a raggiungere l’obiettivo. Quello appena ottenuto con la Nazionale del Cairo è il suo terzo trofeo continentale in Africa dopo il successo con la Tunisia nel 2003 e quello sempre con l’Egitto nel 2010: forse il titolo più ostico da conquistare. Non per le difficoltà in campo, ma per quelle fuori.

Coach, quando è arrivato esattamente al Cairo?

“Poco prima che esplodesse la rivolta popolare: a maggio non c’erano preavvisi di quanto sarebbe accaduto. Ci stavamo preparando per i Giochi del Mediterraneo; poi, in Turchia, dove si è svolto il torneo, ci sono giunte le voci che gli egiziani erano pronti a scendere in piazza: la situazione era ormai diventata insopportabile”.

Può spiegarci meglio le dinamiche, alla luce di quanto ha potuto percepire in presa diretta anche attraverso i suoi giocatori?

“L’elezione di Mohamed Morsi, alla guida dei Fratelli Musulmani, era stata una scelta obbligata: l’altro candidato era Ahmed Shafiq, l’ultimo primo ministro di Mubarak, dopo la rivoluzione, che per questo motivo sarebbe stato impossibile designare come presidente. Anche se poi bisognerebbe aprire una parentesi sulla nomina di Shafiq, che non è stata così regolare, ma il discorso si dilungherebbe ed entrerebbe troppo nei dettagli. Una questione, però, voglio specificarla”.

Prego...

“Gli egiziani chiamano il partito di Morsi con il nome preciso del partito: Libertà e Giustizia, non Fratelli Musulmani. Per il semplice fatto che non reputano le persone dell’organizzazione dei fratelli. Per il popolo, il governo di Shafiq non ha portato alcun beneficio. Al contrario, la condizione del Paese è peggiorata a causa dell’integralismo e delle leggi antidemocratiche che ha prodotto”.

Una realtà diversa da quella che aveva vissuto nel 2010, nel corso della sua prima esperienza alla guida dell’Egitto.

“Decisamente. Dell’Egitto non posso che parlare in termini positivi: mi sono trovato bene, la micro criminalità delle nostre cittadine non esiste, le persone sono cordiali e rispettose. Questo non è un momento semplice, certo, ma credo che il Paese si risolleverà”.

Torniamo alla scorsa estate: ci racconta come l'ha vissuta in palestra e fuori?

“Be', è stata una prova dura. Dopo un periodo in cui le manifestazioni erano diventate pericolose, nella Capitale – dove ci allenavamo – l’allarme sembrava rientrato, anche per via del ramadan. Invece gli scontri violenti sono continuati e la popolazione si è mossa in favore dell’esercito. Altro che colpo di Stato, come hanno riportato i media: l’esercito è amatissimo dal popolo, addirittura è considerato il padre dell’Egitto. Purtroppo il caos aveva raggiunto proporzioni esagerate in città: alla squadra era diventato impossibile raggiungere il palazzetto. In più, i giocatori osservavano il ramadan, quindi non potevano né bere né mangiare di giorno: risultato: eravamo costretti ad allenarci la sera, con il coprifuoco che vietava però di circolare dopo le 19”.

In che modo, allora, siete riusciti a prepararvi per la Coppa d’Africa?

“Siamo stati indirizzati al centro delle Forze Armate, a Ismailia: un bunker tra le dune affacciate sul Canale di Suez, punto nevralgico e perciò di massima sicurezza. Potete immaginarvi lo stato d’animo dei nostri familiari: dovevamo rassicurarli continuamente. E rassicurarci tra noi: non sono stati giorni facili. Si figuri che dall’ambasciata mi chiamavano ogni due-tre ore per essere certi che fosse tutto ok”.

Quanto tempo siete rimasti lì?

“Un mese. In palestra abbiamo dato l’anima, nonostante i 45°C fissi, ma così non saremmo potuti andare avanti. È stato allora che ho implorato la Federazione italiana di venirmi in soccorso”.

La sua richiesta è stata esaudita e con la squadra ha poi raggiunto l’Italia.

"Non finirò mai di ringraziare tutti: dalla Federazione, che si è ricordata di me come allenatore della Nazionale, al Ministero degli Esteri, grazie al quale i visti di staff e atleti sono arrivati in tempi record. Da Angelo Lorenzetti ad Andrea Giani, rispettivamente coach di Casa Modena e Calzedonia Verona, che ci hanno messo a disposizione le squadre. A Modena ci siamo fermati dieci giorni: giornate splendide, in cui siamo stati trattati come ospiti di riguardo. Dal punto di vista piscologico la trasferta è stata fondamentale per la vittoria della Coppa: abbiamo giocato ogni giorno con avversari di livello”.

Poi dall’Italia alla Serbia, seconda tappa del viaggio verso la Tunisia, sede del torneo continentale...

“Anche la mia gratitudine verso la Federazione serba è infinita. Affrontando la loro Nazionale – che qualche settimana più tardi si sarebbe aggiudicata il bronzo agli Europei – abbiamo capito di essere all’altezza. La vittoria è giunta comunque inaspettata, lo preciso”.

Che effetto le ha fatto tornare in Tunisia? Otto anni come ct non li avrà dimenticati.

“Ci mancherebbe. Conservo splendidi ricordi di quell’epoca. Come la popolazione, a giudicare dalle reazioni: a Sousse sembrava una festa quando andavo in giro. Tante persone mi hanno salutato con grande affetto”.

E in Egitto come vi hanno accolto, al rientro?

“Come eroi nazionali: la mia foto con il primo ministro era in prima pagina. Per il popolo la nostra vittoria rappresenta il simbolo del rinnovamento del Paese, del nuovo Stato, e questo ci riempie di orgoglio. Il popolo si merita un trofeo prestigioso: si è rivoltato e ha versato del sangue per non farsi calpestare”.

Ora si sta godendo il meritato riposo a Cecina: tornerà sulla panchina dell’Egitto?

“I carrarmati, gli spari fuori lasciano ferite che non si rimarginano alla svelta. Però ai giocatori sono molto legato e il primo ministro mi ha pregato di rimanere. Penso che lo farò: non so se continuerò fino alla scadenza del contratto (nel 2014, ndr), ma di sicuro voglio lasciare la squadra nella situazione ottimale. Ad esempio dopo aver partecipato alla Grand Champions Cup in Giappone, il prossimo novembre”.

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