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Volley: Atanasijevic, il serbo che adora Perugia

Alla vigilia delle finali di Coppa Italia a Milano, "Magnum" si racconta a ruota libera. E spiega perché ha già vinto la sua sfida

Aleksandar Atanasijević

Cristina Marinoni

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Aleksandar "Magnum" – i tifosi lo chiamano così – Atanasijevic, bomber della Sir Safety Conad Perugia e della Nazionale serba, classe 1991, è simpatico. Molto simpatico. A differenza di quanto sembri mentre sta giocando. Perché l'attaccante più forte della Superlega (è stato il capocannoniere delle ultime due stagioni, cioè dal momento in cui ha messo piede in Italia) non si tira indietro, se in campo c'è da discutere. La risposta di "Alek", quando gli faccio notare questa sua attitudine a essere un attaccabrighe? "È la verità. Il motivo per cui mi capita di bisticciare sotto rete è semplice: io voglio vincere sempre e sono convinto che l'unico modo sia tirare fuori i denti e lottare su ogni palla, anche quella appena caduta a terra. A costo di rompere le scatole all'arbitro e rischiare di prendermi un cartellino giallo o litigare con gli avversari".

Del resto i serbi hanno un carattere tosto, si sa.
"Siamo un popolo che non si arrende: la storia del nostro Paese ci ha obbligati a imparare a non mollare".

Ti riferisci alla guerra degli anni Novanta?
"Sì, è stata una vera e propria tragedia come tutte le guerre; io non ricordo molto, ero un bambino, ma ho dei flashback di quando io, mio fratello e i miei genitori scappavamo da Belgrado per stare al sicuro".

Torni spesso a casa?
"D'estate, l'unico periodo in cui riesco a ritagliarmi qualche settimana di relax. Anche se poi non mi riposo del tutto: approfitto per sostenere gli esami all'università, per fortuna i docenti si rendono disponibili nei giorni in cui sono là".

Quale facoltà frequenti?
"Giurisprudenza. Sono al terzo anno e sono in arretrato solo con gli ultimi esami. I primi due anni ho tenuto un ritmo perfetto; recentemente, meno: il problema è il tempo, con tutti gli impegni con il club e la Nazionale, trovare un attimo per aprire i libri è un'impresa".

A scuola come te la cavavi?
"Ero bravo, ho sempre studiato volentieri, e il mio allenatore di pallavolo mi ripeteva che avevo talento, così ho scelto un liceo sportivo, che mi avrebbe dato l'opportunità di non perdere allenamenti e partite".

Hai già pensato a cosa farai quando appenderai le ginocchiere al chiodo?
"Di sicuro mi piacerebbe rimanere nell'ambiente ma non diventerò allenatore: tenere a bada i giocatori è un mestiere difficilissimo" (ride, ndr).

I tuoi progetti a breve termine, invece?
"Vincere la Coppa Italia domenica (Perugia è tra le semifinaliste del torneo, in programma il 6 e 7 febbraio al Forum, con avversaria Modena in semifinale, ndr). Credo molto nella mia squadra: non ha nulla da invidiare alle altre tre".

Come ti trovi a Perugia?
"Benissimo. Quando sono arrivato, nel 2013, non è stato semplice integrarmi perché non conoscevo una parola di italiano. Ora che lo parlo (perfettamente, ndr), mi sento a casa. Fosse per me, firmerei con questa squadra a vita, davvero".

Cos’hanno di speciale la squadra e la città?
"L'ambiente in generale è splendido. Noi compagni siamo amici, non c'è rivalità e sia lo staff sia la dirigenza non si risparmiano per farci lavorare al meglio. Perugia? Bella e accogliente: è a misura d'uomo, ormai conosco quasi tutti – le ragazze, poi, praticamente tutte – e adoro passeggiare per il centro, bere un caffè in piazza. Se penso a come stavo in Polonia…".

Quando giocavi nel PGE Skra Bełchatów?
"Sì, nella stagione prima di trasferirmi in Italia. In giro non c'era anima viva, fuori dal palazzetto non sapevo cosa fare, non c'era un bar, niente di niente. Ecco perché con l'università ero in pari".

A proposito di studi, ma pratici: hai imparato a cucinare qualche nostro piatto?
"Macché, sono negato! Se avessi una ragazza italiana, chissà, potrei imparare qualche ricetta, finalmente!".

Sei in cerca di una fidanzata?
"No, no, ce l'ho. Abita in Serbia, studia all’università, ha tre anni meno di me e ai fornelli è una frana come me, per questo dico che una ragazza italiana non sarebbe male (ride, ndr)".

Andiamno avanti sul tema ragazze: la prima cosa che ti ha colpito delle italiane?
"Lo stile: vestono con classe, sono sempre in ordine e super femminili".

A 24 anni sei uno dei migliori schiacciatori del mondo: i pallavolisti non hanno il conto in banca dei calciatori ma uno sfizio te lo sarai tolto con i tuoi guadagni.
"No, secondo me le spese futili non hanno senso".

Un esempio?
"L'auto di lusso. A Perugia mi muovo con quella che mi fornisce il club, a Belgrado la userei per pochi giorni: sarei uno stupido, se buttassi via così il denaro".

Hai qualche hobby?
"Niente che mi spinga a spendere fortune. Leggo tanti libri, in particolare amo la storia, e ascolto un sacco di musica, compresa quella italiana: Ramazzotti è famoso anche in Serbia e le sue canzoni mi sono state di grande aiuto per imparare la lingua".

Tatuaggi?
"No, però non è detto che non ne faccia uno, se mi viene in mente un’idea che meriti. Anche se il pensiero di vedermi allo specchio a 70 anni con un tatuaggio raggrinzito mi frena un po'. Non è una bella immagine, obiettivamente".

Il tuo motto?
"Quando hai qualcosa da dimostrare, non c’è niente di meglio di una sfida. L'ho pubblicato anche su Instagram".

E qual è la sfida più impegnativa che hai affrontato?
"Lasciare la famiglia per inseguire il sogno che avevo da piccolo: trasformare la grande passione per la pallavolo nel mio mestiere. Quando gioco contro fenomeni come Ivan Miljković (opposto-bandiera della Cucine Lube Banca Marche Civitanova, che nell'altra semifinale di Coppa Italia affronterà la Diatec Trentino, ndr), mi rendo conto di averla vinta".


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