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Basket: il ritorno al futuro di Bologna

Domenica i tifosi della Virtus saluteranno Ettore Messina, ospite d'onore di un club che - al pari della Fortitudo - sta rilanciandosi nel segno della tradizione

Un giovanissimo Ettore Messina durante un time-out dell'allora Kinder Bologna. Oggi il coach è alla guida del ricco CSKA Mosca. – Credits: Ansa.

Saranno tanti i tifosi della Virtus Bologna che non vorranno perdere il match di domenica prossima contro la Sidigas Avellino: non tanto per gli avversari (con tutto il rispetto per la valida squadra di Frank Vitucci), ma per applaudire il ritorno di Ettore Messina, il coach di 4 scudetti e 2 vittorie in Eurolega, ospite d'onore all'Unipol Arena. 

L'appuntamento fa parte dell'iniziativa, voluta espressamente dal nuovo presidente (e grande "ex" a sua volta) Renato Villalta, con cui il club omaggia a ogni partita interna un personaggio che ha contribuito a farne la storia. Non per guardare nostalgicamente al passato, ma per rilanciare il presente facendo leva anche sulle proprie radici: "Visto il periodo, si può davvero dire che dopo diverse stagioni di smarrimento la Virtus sta oggi vivendo una sorta di Natale proprio con il ritorno alla tradizione dopo l'era di Claudio Sabatini, che ha fatto di tutto per cancellare qualsiasi legame con il passato", commenta Franco Montorro, già direttore di Superbasket dal 1997 al 2008 e ancora oggi attento osservatore delle vicende cittadine come direttore del bimestrale move@, dedicato alle eccellenze (anche sportive) di Bologna. "S'è parlato spesso della tifoseria virtussina come delle 'vedove di Messina', ovvero nostalgici incapaci di adeguarsi ai cambiamenti societari, ma in realtà le cose non stavano proprio così: quello che non andava giù, era proprio quel tentativo di scardinare completamente l'anima delle V nere, cercando quasi di cancellare non solo i miti ma addirittura i ricordi personali dei tifosi". 

A sostenere l'operazione, rilanciando l'entusiasmo e l'interesse, ci sono poi anche i risultati della nuova Virtus di coach Luca Bechi: incostante, ma già capace di togliersi qualche bella soddisfazione in questo inizio di torneo...

"Ovviamente non si può prescindere dal campo, ma anche in questo caso c'è una sorta di ritorno al futuro. Per un pubblico di palato fino come quello della Virtus, l'avvento da Cantù di un ds come Bruno Arrigoni ha significato anche il ritorno a un approccio al basket di un certo tipo: il voler forzatamente ridimensionare il tutto come faceva la precedente proprietà (parlando anche di gite eno-gastronomiche riferendosi alle trasferte) andava contro un atteggiamento se volete anche un po' snob, ma certamente proprio del tifoso virtussino. Per di più è stata fatta una squadra furba, molto atletica e spettacolare, quindi perfetta per richiamare anche un pubblico giovane, che cerca giocate spettacolari in stile Nba".

A proposito di pubblico, incredibile anche quello della Fortitudo Bologna, con più di 4 mila spettatori sugli spalti in Divisione Nazionale B dopo tanti travagli societari: anche qui un ritorno al futuro?

"La vicenda è nota: due squadre che rivendicavano di essere la vera Fortitudo dopo la radiazione da parte della Fip nel luglio 2012, la spaccatura tra la tifoseria con livelli di ostilità paradossalmente mai avuti nemmeno nei confronti dei cugini della Virtus... e poi il ritrovarsi ora - proprio come accaduto sull'altra sponda della città - grazie a due bandiere come Marco Calamai e Dante Anconetani, capaci di resitituire all'ambiente unità di intenti, senso di appartenenza e quindi entusiasmo. Tra l'altro, la nuova Fortitudo sta facendo probabilmente ancora più proseliti tra i giovani bolognesi, che per certi versi stanno ripercorrendo il percorso dei padri. Ovvero quello della Fortitudo d'assalto di 40 anni fa: un proletariato sportivo (in senso assolutamente positivo) che è nel dna del club e che si esalta nel partire dal basso per arrivare in alto. In altre parole, un altro vincente ritorno alle origini".

Cosa devono fare, tanto Virtus quanto Fortitudo, per continuare sulla buona strada e ripuntare al vertice del nostro basket senza più rischiare le rovinose cadute successive all'epoca di "Basket City"?

"Mi ripeto, ma ne sono fermamente convinto: il non rinnegare più la propria identità, che deve essere orgogliosamente provinciale. Quando le due squadre non vincevano mai, Valerio Bianchini diceva che Bologna di europeo aveva solo i tortellini e Lucio Dalla... allora la sprovincializzazione pareva un obbligo per fare il salto di qualità, ma nell'attuale situazione della nostra pallacanestro essere provinciali e artigianali significa inseguire la qualità in modo intelligente e mantenendo i piedi non solo per terra, ma nel territorio".

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