Turrini: "Il tracollo sportivo di Pantani? Colpa di Armstrong"

In libreria, "Il Pirata e il Cowboy", la storia maledetta del confronto infinito tra il corridore romagnolo e Lance Armstrong, due dei ciclisti più celebrati degli ultimi anni

La copertina del nuovo libro di Turrini

Dario Pelizzari

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Uno di fianco all'altro. Fino in cima, anzi, oltre. Per raggiungere il traguardo da vincenti, da campioni, da eroi. Le storie di Marco Pantani e di Lance Armstrong sono state legate per anni da un filo sottilissimo, quasi impercettibile. La loro, una battaglia senza fine. Prima in pista, poi sulle pagine dei giornali, a colpi di dichiarazioni al vetriolo che non lasciavano spazio a cortesie. Quindi, lo scossone, il fulmine che ha rotto l'equilibrio e ha deciso un destino: la caduta del Pirata per via di un controllo antidoping che ha rotto l'incantesimo e ha spinto al pianto l'Italia del ciclismo.  

E mentre lui, il Pirata, l'idolo delle folle, il fuoriclasse che aveva messo tutti in fila al Giro d'Italia e al Tour de France del 1998, cadeva nella polvere per una colpa che non sentiva sua, l'altro, il Cowboy, prendeva il suo posto in cima alle passioni del popolo delle due ruote, per diventare da lì a poco il migliore di tutti, meglio, il migliore di sempre. Finché anche le responsabilità dell'americano vengono a galla, al termine di un vorticoso elenco di menzogne che si chiude con un'intervista in diretta tv. Tutto da rifare. Tutto da riscrivere. Glorie e fango. Parte da qui l'ultimo libro del giornalista Leo Turrini, "Il Pirata e il Cowboy" (Imprimatur editore), un preziosissimo affresco di un ciclismo che non c'è più e che probabilmente mai più tornerà.

C'erano una volta il Pirata e il Cowboy, protagonisti assoluti di straordinarie stagioni di ciclismo. Cosa rimane oggi delle loro sfide?

Un grande senso di colpa. Mio, ma anche di tutte le persone che si occupano di fare informazione. Sono convinto che quel duello brevissimo e fantastico del 2000, prima sulle strade del Tour, poi alle Olimpiadi di Sydney, sia stato raccontato in modo profondamente ingiusto. Ecco, c'è stata una colossale manipolazione della realtà.

Perché è vero che Armstrong è stato smascherato definitivamente soltanto nell'ottobre 2012, in seguito all'inchiesta dell'agenzia antidoping statunitense, ma quello che tutti già sapevamo era che non era accettabile che Pantani venisse dipinto come il simbolo del male. Il ciclista che aveva vinto barando. Mentre Armstrong il cowboy veniva presentato come l'angelo del bene, la bandiera del ciclismo pulito. Abbiamo commesso un'enorme ingiustizia. Purtroppo, l'abbiamo capito troppo tardi.

Tutto inizia quel maledetto 5 giugno del 1999 a Madonna di Campiglio...

Innanzitutto, una precisazione. Nel libro non sostengo che Pantani fosse estraneo alla cultura, definiamola così, del doping. Negli ultimi 15 anni non c'è un ciclista tra i più bravi che non sia incappato in sanzioni o sospensioni legate all'assunzione di farmaci proibiti. Fino ad arrivare a Contador. Io mi limito a sostenere che quando Pantani fu fermato a Madonna di Campiglio, al termine di un giro che stava dominando in lungo e in largo, per un valore di ematocrito superiore alla norma, tutti facevano uso di Epo. Dall'ultimo in classifica al primo. Tutti.

Tanto è vero che la regola dell'epoca non diceva che si trattava di doping. Infatti quando i valori tornavano nei limiti del consentito, il corridore poteva riprendere a correre. Insomma, lo si faceva per lui, per salvaguardare la sua incolumità, non perché fosse una punizione. Peccato che non uno abbia avuto il coraggio di dire che quello che faceva Marco lo facevano tutti. Nell'intervista che Pantani fece con Gianni Minà pochi giorni dopo, il Pirata non negò assolutamente l'addebito. Tutt'altro. Lo disse chiaramente: "Queste cose le prendono tutti, non capisco perché io sia diventato il mostro". Lo faceva anche Armstrong, che nel frattempo era diventato l'emblema del ciclismo pulito. Ma c'è di più.

Pantani ha disperatamente provato a sfidare Armstrong nel Tour del 2001, 2002 e 2003, ma non è mai stato ammesso alla corsa. E gli organizzatori francesi ammettevano tutti, pure quelli che avevano avuto problemi di doping. Tutti, tranne Pantani. Una coincidenza davvero particolare, che la dice lunga sul potere mediatico del Cowboy.

Al netto di quanto è stato detto e scritto negli ultimi anni, Pantani poteva essere salvato?

Cosa dire, credo che Marco avesse una fragilità umana ed esistenziale che ha innescato la tragedia. Il mondo dello sport è pieno di atleti che hanno avuto problemi legati al doping. E soltanto una minima parte di loro ha incontrato una sorte disgraziata come quella di Pantani. Per una forma di pudore e di rispetto che credo debba essere riconosciuta alla sua memoria, non possiamo entrare in discorsi che non ci hanno visto protagonisti in prima persona.

Nel libro lo scrivo, soltanto le persone che gli stavano più vicino sanno se hanno fatto davvero il possibile per salvarlo. Io non ho il diritto di esprimere un'opinione in merito. Posso dire però che nei confronti di Marco Pantani uomo c'è stata una mancanza di rispetto che andava denunciata per tempo. L'atleta, se sbaglia, deve essere condannato. L'uomo invece no, è un'altra cosa e per questo deve essere salvaguardato. Sempre. "Lasciatelo correre", disse Gino Bartali poco tempo prima di morire. Aveva ragione. Pantani, è bene ricordarlo, non è mai stato squalificato.

Perché Armstrong è riuscito a farla franca per anni? Quali le responsabilità dei vertici del ciclismo internazionale?

Partirei da una frase bellissima e pure agghiacciante pronunciata dallo stesso Pantani nel corso dell'intervista con Minà. Sperava ancora in quei giorni di essere ammesso al Tour de France del 2003. Disse il Pirata: "Sul ciclista non ho niente da dire, lo rispetto moltissimo. Ma ha un potere mediatico troppo forte". Una sentenza. Pantani aveva capito che Armstrong era fortissimo e forse, come lui, avrebbe vinto lo stesso anche se non avesse preso nulla, proprio perché il doping era una pratica diffusa.

Ma aveva anche capito che intorno all'americano sia era coagulato un sistema di interessi che era micidiale. Armstrong finanziava la Federazione internazionale del ciclismo con donazioni che sulla carta erano destinate a combattere il doping. Poi, si capì che gli obiettivi erano diversi. Le multinazionali che stavano dietro ad Armstrong avevano tutto l'interesse che l'immagine da favola del texano venisse preservata. Una rete di collusioni e complicità che è riuscito a tenere coperta fino a oggi.  

Da qui, la cosa più disgustosa. Armstrong si è proposto come paladino del ciclismo pulito. Ha preso per il naso tutti gli appassionati. Per anni. Un atteggiamento da criminale. Imperdonabile, inammissibile. Pantani è stato onesto, non ha nascosto niente. Ha detto come andavano le cose, pagando in prima persona e fino in fondo. Lui, il Cowboy, si è proposto come il volto buono delle corse, mentre nell'ombra sappiamo cosa faceva. Gli americani non lo perdoneranno. Lo dimostra la loro storia. Non perdonano chi racconta balle. Vedi Nixon con il Watergate.

Che cosa abbiamo imparato dai tanti errori che sono stati commessi con Pantani e Armstrong?

E' uno dei motivi per cui ho scritto il libro. Dobbiamo imparare noi per primi e poi insegnarlo ai ragazzi che non dobbiamo mai prendere per buona la verità che ci viene proposta dalla stampa. Che si tratti di una vicenda giudiziaria piuttosto che di un fattaccio sportivo come quello che è capitato a Pantani. Dobbiamo fare sempre uno sforzo in più per chiederci, a maggior ragione oggi che siamo bombardati da notizie ogni momento, se le cose stanno davvero così come ci vogliono far credere.  Ne va della nostra vita.

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