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Il grande tennis nelle foto (e nei ricordi) di Gianni Ciaccia

Da decenni sui court più famosi del pianeta, il 75enne fotografo italiano è tra i più noti personaggi del circuito professionistico

John McEnroe, Gabriela Sabatini, Pete Sampras, Martina Hingis, Novak Djokovic: sono alcuni dei tanti campioni vestiti da Sergio Tacchini e ritratti da Gianni Ciaccia, fotografo leggendario del tennis. E pensare che il maestro dell'obbiettivo aveva cominciato con lo sci: "Seguivo la Coppa del Mondo e abitavo con Stefano Dalmasso, allenatore della Valanga Azzurra, a Limone Piemonte. Proprio lì il direttore di un gruppo editoriale mi propose di occuparmi di tennis per la prima volta e accettai", ricorda oggi Ciaccia, 75 anni, di cui oltre la metà trascorsi appunto sui court più prestigiosi del pianeta.

Quale torneo segnò il suo debutto?
"Al Roland Garros. Ricevetti quell'incarico per un motivo pratico: all'epoca abitavo già a Parigi, sono sposato con una meravigliosa madame. Ormai lavoro da 35 anni per la Federazione francese e stiamo definendo un progetto ambizioso: catalogare il mio archivio di scatti non digitali, anche se non ho proprio idea quante possano essere".

Com'è nata la sua passione per la fotografia?
"Mi ha iniziato mio fratello, che esercitava questa professione. Appena ho preso in mano la macchina, mi sono reso conto che sarebbe stata il mio destino".

Gira il mondo tutto l'anno: non si è ancora stancato di questa vita da nomade?
"No, forse perché mia moglie mi accompagna appena può. Ma so quando smetterò: quando la passione verrà meno. Nel frattempo, continuo a portare addosso i miei inseparabili attrezzi da lavoro con enorme piacere. Nonostante non siano il massimo della leggerezza: pesano 30 kg e sotto il sole a picco dell'Australia diventano una zavorra scomodissima".

 


La giocatrice che le è piaciuto di più fotografare?
"Gabriela Sabatini: bellissima, affascinante, carismatica. Nell'istante in cui si preparava per il servizio, vedevo le stelle nei suoi occhi".

Il giocatore, invece?
"Yanick Noah, per l'estrema disponibilità: qualsisi cosa gli chiedessi di fare, anche mettersi in ginocchio davanti a una donna, la faceva senza esitare".

Il più simpatico?
"Pat Cash era spiritosissimo e alla mano. Ho apprezzato molto anche Pete Sampras, un ragazzo davvero d'oro, come se ne incontrano pochi".

Lei che lo conosce bene, ci dica che tipo è davvero John McEnroe.
"Di certo non ha un carattere facile, ma io non ho avuto esperienze negative con lui. L'ho visto arrabbiarsi molto, però".

Quando, ad esempio?
"Nella finale persa contro Lendl al Roland Garros del 1984: era a un passo dalla prima vittoria sulla terra rossa di Parigi e in ben due occasioni se la lasciò sfuggire. Lendl, suo acerrimo nemico, era un osso duro e non mollava mai, neanche quando si trovava in svantaggio di due set a zero, eppure non fu l'avversario a metterlo ko. E nemmeno noi fotografi, al contrario di quanto sostenne lui, che ci incolpò di averlo distratto con i nostri movimenti, i rumori delle macchine e il brusio. Fu la cuffia che un operatore televisivo dimenticò aperta: le voci e il fruscìo lo deconcentrarono al punto che perse il controllo del match e alla fine pure l'incontro in cinque set".

Ora i due fenomeni degli anni Ottanta si affrontano nell'Atp Champions Tour: li ha incontrati di recente? 
"Sì, e ancora oggi Ivan fa il diavolo a quattro per non lasciare vincere John. Piuttosto di perdere, si inventa dolori di ogni genere. L'ultima volta, sul campo del Roland Garros era in vantaggio McEnroe e Lendl ha cominciato a lamentarsi per un problema fisico finché il match è stato sospeso. A bordo campo l'ho incrociato e mi ha fatto l'occhiolino per dire: 'Gianni, l'ho fregato ancora!'. Io spero che loro due continuino a giocare: il fisico, superata la cinquantina, non è al massimo, ma dimostrano di non aver perso nemmeno un briciolo di talento". 

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