Slums Dunk: il basket per l'Africa

Bruno Cerella, giocatore della Cimberio Varese, è promotore di un progetto davvero "sul campo" nelle baraccopoli di Nairobi e Lusaka - le immagini -

Dalla nostra serie A all'Africa: Bruno Cerella con un gruppo di ragazzi e ragazze partecipanti allo Slums Dunk 2012. (credits: Bruno Cerella)

Paolo Corio

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Come già accaduto nelle ultime stagioni, alla fine del Campionato tante squadre avversarie gli invieranno interi set di magliette, pantaloncini e scarpe usate; e lo stesso gli faranno avere compagni di squadra e tanti altri club e giocatori delle serie inferiori e delle giovanili della nostra pallacanestro. Dopo di che Bruno Cerella, argentino con passaporto italiano in forza alla Cimberio Varese, infilerà il tutto in una batteria di bauli che lo seguiranno in Africa la prossima estate. Da alcuni anni, infatti, Bruno è l'anima del progetto Slums Dunk, che nelle baraccopoli di Nairobi (Kenya) e di Lusaka (Zambia) promuove il basket come fattore di riscatto sociale per tanti ragazzi e ragazze dal destino altrimenti molto spesso già scritto. Una sfida che Cerella e il team di volontari di Slums Dunk giocano tutto l'anno con un'intensità da playoff e con la determinazione di chi ha davvero un valido motivo per vincere.

Bruno, puoi raccontarci com'è nato il tutto?
"La molla è scattata dopo che ho letto El despertar del lider (Il risveglio del leader, ndr), una sorta di guida spirituale dello scrittore americano Kevin Cashman. Chiuse quelle pagine, mi è venuta voglia di darmi da fare per chi era meno fortunato di me: sicuramente avevo già dentro quella volontà, ma quel libro mi ha aiutato a prendere forza per fare i primi passi verso qualcosa di concreto. Con una certezza iniziale tra tanti dubbi: non volevo che fosse un progetto sviluppato in Argentina o in Italia, ma in un luogo di cui non conoscevo la gente e la cultura, cosicché fosse un'esperienza del tutto nuova anche per me. La svolta è venuta parlando con Tommaso Marino, cresciuto nelle giovanili di Siena e ora playmaker di Casalpusterlengo, in Divisione nazionale A: nel 2010 siamo partiti insieme per Nairobi e lì abbiamo trovato l'ispirazione, incontrando le persone giuste con cui dare appunto vita a Slums Dunk".

Nome che gioca con la terminologia del basket, giusto?
"Infatti. Slam dunk è la schiacciata, mentre slums sono appunto le baraccopoli di Nairobi così come di Lusaka. Luoghi in cui centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni di vita a dir poco disagiate, ma dove miracolosamente c'è qualche degradato campetto sul quale abbiamo deciso di puntare per coinvolgere i giovani, cercando di strapparli da alcol, droga e delinquenza. Con un obiettivo in particolare: formare coach e giocatori che possano poi spendere una certificata professionalità per migliorare la loro vita proprio grazie alla pallacanestro".

Ne è un esempio Julian Ongoma, di recente ospite della Cimberi Varese al palazzetto di Masnago...
"Sì, Julian è ormai il punto di riferimento a Nairobi ed è venuto di recente a Varese anche per accompagnarmi in alcuni istituti scolastici e raccontare come a 32 anni, grazie a Slums Dunk, è riuscito ad avere un contratto da allenatore che gli consente di guadagnarsi i soldi per vivere e impegnarsi a sua volta per gli altri. E lo stesso è accaduto ad altri 6 dei quaranta aspiranti coach che hanno seguito il nostro training camp nel 2012, anche loro ora con un contratto da allenatore e un minimo di sicurezza economica: storie che stimolano noi a continuare e tanta gente - una volta che le ha sentite raccontare - a darci una mano".

Come si sviluppa in dettaglio il vostro training-camp?
"Dura ogni anno due settimane e si divide in due momenti ben precisi. Le mattine sono riservate alla formazione dei coach con un programma di cui è responsabile Michele Carrera, allenatore nazionale e responsabile del settore giovanile di Casalpusterlengo: il fine, oltre che dare le necessarie conoscenze tecniche, è anche quello di formare persone in grado di curare l'aspetto organizzativo, dando vita a realtà che sappiano poi coinvolgere ed educare i ragazzi e le ragazze degli slums. I pomeriggi li passiamo invece con i giovani giocatori: 3-4 ore di allenamento in cui la soddisfazione di essere lì con loro annulla ogni fatica".

Quanti ragazzi riunite ogni estate nella "squadra" di Slums Dunk?
"40-50 coach e, considerando sia gli allenamenti sia i tornei organizzati nel periodo in cui siamo lì, circa 150 giocatori tra ragazzi e ragazze: a tutti garantiamo il vitto, il trasporto e il materiale da gioco. Ma il positivo contagio continua anche una volta che io, Tommaso e Michele siamo ripartiti: grazie al lavoro di chi abbiamo contribuito a formare, 400-500 giovani trovano infatti ogni anno nel basket uno stimolo per non lasciarsi andare, per sperare in una vita migliore".

Hai visto tra loro qualche promettente campione?
"Ho visto una storia che di per sé vale un anello dell'NBA: c'era un ragazzino orfano che viveva per strada e che veniva al camp percorrendo ogni giorno una bella distanza, dicendo che il suo sogno era diventare un giocatore di basket. Abbiamo di recente saputo che una delle più importanti squadre giovanili di Nairobi l'ha notato, offrendogli con il posto in squadra anche quello in una casa di accoglienza, oltre a una preziosissima borsa di studio. Non so se questo ragazzo diventerà davvero un campione, ma certo il basket gli ha già cambiato la vita e per tutti noi di Slums Dunk questo è davvero il massimo dei risultati, il miglior stimolo a continuare. Tra l'altro la prossima estate - per la terza edizione ufficiale del training camp - il nostro team potrà contare su quattro nuovi volontari tra cui Nicolás Richotti, un mio amico argentino che gioca nella Liga spagnola con il Club Canarias".

Com'è possibile sostenere la vostra attività da semplici "tifosi"?
"Organizziamo cene di beneficenza e partite per raccogliere fondi, ma è possibile darci una mano anche acquistando i braccialetti e le T-shirt che proponiamo attraverso la nostra pagina facebook . E poi c'è ovviamente la raccolta di materiale da basket usato: magari qui è destinato a finire nei cassonetti e in Africa invece diventa oro. Qualsiasi contributo è per noi davvero prezioso, perché la cosa davvero eccezionale è come negli slums si possano fare cose incredibili con risorse anche modeste".

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