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Scozia divisa sul rugby e Sean Connery

Per Vittorio Munari, grande conoscitore della palla ovale, sul referendum per l'indipendenza si scontrano esigenze diverse

Rugby, Scozia-Inghilterra

Dario Pelizzari

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La Scozia del rugby non è andata alle urne per decidere l'indipendenza dal Regno Unito con le idee chiare. Parola di Vittorio Munari, ex giocatore e allenatore del Petrarca Padova e oggi voce ufficiale del rugby sul canale televisivo Dmax.
"Un mio caro amico - racconta Munari - un monumento vivente del rugby scozzese del quale preferisco non fare il nome, ha fatto nei giorni scorsi un'osservazione piuttosto interessante. Ha detto: 'va bene, noi diventiamo indipendenti, ma poi dobbiamo mettere in piedi una serie di ambasciate in giro per il mondo: con che soldi paghiamo tutto questo? Certo non con quelli di Sean Connery, che da anni si batte ufficialmente per l'autonomia del nostro Paese ma continua a pagare le tasse ai Caraibi'. Non c'è un fronte unitario in Scozia, siamo vicini al 50-50. La storia insegna.

"Nel periodo in cui l'Inghilterra dominava la Scozia, i clan scozzesi erano divisi. C'erano gli idealisti e chi invece si dimostrava al servizio di Sua Maestà britannica. E' una situazione complessa. E va detto che l'irredentismo nelle varie componenenti del Regno Unito c'è sempre stato. Il problema alla base in questo caso è che gli inglesi governano la Scozia sotto il profilo economico e chi voterà no lo farà anche e soprattutto per il timore di rimanere a spasso col portafogli vuoto".

Il bilancio delle sfide tra Scozia e Inghilterra non lascia dubbi su chi sia la squadra più forte. Eppure, ogni volta che le due nazionali si incrociano è lotta vera.
"Provi lei a organizzare una partita di calcio in Italia tra Nord e Sud, oppure tra militanti della Lega e resto d'Italia. Bisognerebbe chiamare le forze dell'ordine per tenere a bada ciò che accade dentro e fuori il campo. Tuttavia, il corpo umano è composito. C'è la pancia, ma pure il cuore e la testa. Gli inglesi credono ancora di insegnare al mondo a vivere. Non lo fanno con cattiveria, è parte del loro dna. Sono ottusi come pochi altri, da sempre. Sulla disciplina ferrea, del resto, hanno costruito un impero. Ma contro gli scozzesi non è mai una partita facile, perché questi ultimi fanno di tutto e pure di più per non perdere".

Comunque vadano le votazioni, per la Scozia non sarà possibile partecipare ai Giochi olimpici in Brasile. Avrebbe potuto fare molta strada la selezione dei Thisles?
"Un fiore nasce anche in un letamaio, in Italia lo sappiamo bene. Dove è venuto fuori Mennea? Non possiamo raccontarci che è stato un atleta frutto degli sforzi e dell'organizzazione dello sport italiano. Sono i risultati di principio che a mio parere sono fondamentali. Lo spirito olimpico non accetta la separazione delle squadre del Regno Unito e la nazionale a 7 che andrà ai Giochi si batterà sotto le insegne della Gran Bretagna. Se la Scozia otterrà l'indipendenza, avrà diritto a predervi parte dalla prossima edizione. Come tutte le altre nazioni. Ma è da anni che si parla impropriamente della nazionale gallese, inglese, irlandese e scozzese. Non sono nazioni. Non ancora, almeno".

A Rio 2016 la selezione del Regno Unito potrebbe essere meno competitiva senza i giocatori scozzesi?
"E' come se scioperassero i migliori 15 All Blacks, i giocatori della Nuova Zelanda. Prima di battere la loro selezione B, qualsiasi squadra dovrebbe comunque fare una grandissima fatica, perché sono tantissimi quelli che possono fare la differenza. Per l'Inghilterra, vale un po' lo stesso discorso. Alle ultime convocazioni dei British and Irish Lions, la selezione internazionale di rugby a 15 che mette insieme i più forti giocatori delle quattro federazioni del Regno Unito, sono stati chiamati soltanto 2 scozzesi su 30. Se badiamo alle questioni di campo, fare a meno della Scozia non è e non potrebbe essere un grande problema per la rappresentativa della Gran Bretagna".

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