Rugby: la favola dell'Unione Rugby Capitolina

La squadra romana formata da non professionisti ha battuto la Pro Recco vincendo il campionato di serie A ed ottenendo la promozione in Eccellenza

I giocatori dell'Unione Rugby Capitolina festeggiano la vittoria del campionato

di Ferdinando Calda

Fare sport per il gusto di farlo e arrivare ai massimi livelli. Sembra un sogno romantico, specialmente di questi tempi, ma è proprio quello che è successo domenica 2 giugno al Peroni Stadium di Calvisano. Qui l’Unione Rugby Capitolina – squadra romana formata unicamente da giocatori non professionisti – ha battuto i liguri della Pro Recco in una combattuta finale per la promozione dalla Serie A all’Eccellenza, la massima serie nel campionato italiano di rugby.

In realtà non è la prima volta che la maglia bluamaranto della Capitolina arriva in quella che qualche anno fa era la Super 10. Nonostante la giovane età (la società è nata nel 1996) e grazie alla passione dei fondatori e a una serie di acquisti, la prima squadra dell’Urc ha giocato nella massima selezione le stagioni dal 2006 al 2009. A quel punto si ritirò nel tentativo, poi naufragato, di gareggiare nella prestigiosa Celtic League.

Nel frattempo, a fianco della prima squadra dei professionisti, nel campo di via Flaminia continuavano ad allenarsi gli "urchini". Ovvero quei ragazzi che a 10,12,14 anni vestivano la maglia della Capitolina fin dalla sua fondazione e sono cresciuti insieme ad essa. E mentre la squadra dei professionisti (che poteva comunque contare su diversi ragazzi del vivaio) giocava in Super 10, loro facevano nascere il “ControProgetto”. Un’autodefinizione che rappresenta la risolutezza nel mantenere viva una realtà, un gruppo, entrando se necessario anche in disaccordo con la società stessa. Ma soprattutto lottando contro un meccanismo che avrebbe voluto farli diventare professionisti o escluderli definitivamente dai giochi.

Una seconda squadra che, a prima vista, sarebbe potuta sembrare poco più un gruppo affiatato di amici, interessati maggiormente alle bevute del terzo tempo che ai risultati sul terreno di gioco.

La verità è che questa schiera di “buoni a nulla capaci di tutto” (come recita una delle prime magliette goliardiche del ControProgetto) si è difesa benissimo anche sul campo e, una volta diventata la prima squadra ufficiale, ha potuto esprimere tutto il suo potenziale. Anche grazie al ritorno di diversi “ex” che si erano allontanati per andare in squadre professionistiche o persino in Nazionale. In quattro anni hanno rapidamente scalato le classifiche, passando dalla serie A 2 all’Eccellenza.

Ora il prossimo anno questa squadra di giocatori-soci, che pagano una quota annuale e non ricevono alcun rimborso per giocare, dovrà vedersela con le migliori formazioni d’Italia.

Già arrivare fin qua non è stato facile: durante i play-off per la promozione, studio e lavoro hanno dovuto lasciare completamente il posto agli allenamenti. Dal laureando in legge al giovane ingegnere, tutti hanno sgobbato in campo o in palestra ininterrottamente, dopo aver sacrificato i fine settimana degli ultimi mesi alle partite di campionato.

Certo la sfida del prossimo anno spaventa, ed è probabile che andranno fatti alcuni cambiamenti. Ma basta guardare le foto delle vecchie trasferte (come le tournè francesi nel 1998 e nel 1999) e delle vittorie dei primi anni di vita dell’Urc (come gli scudetti Under 19 del 2002/2003 e del 2007/2008), dove si ritrovano molti dei protagonisti dell’ultima stagione, per comprendere che il traguardo raggiunto rappresenta già il completamento di un’idea.

E poi ci sono i più giovani, da sempre fiore all’occhiello della società, che già sembrano scalpitare per portare avanti il testimone. Come i ragazzi dell’Under 16, diventati campioni d’Italia proprio domenica 2 giugno grazie a una vittoria per 60 a 0 sulla ben più blasonata Benetton Treviso.

Una bella favola. Ma che non è solo una favola. È la dimostrazione che con passione, cuore e il sorriso sulle labbra si può andare molto lontano. E che puntare sui giovani paga sempre e bene. Non solo nello sport.

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