Sembra giunta al capolinea la storia di Alex Schwazer. Perché è di nuovo doping. Perché è una nuova macchia sul suo curriculum. Potrà impugnare la decisione della Iaaf, la federazione internazionale di atletica leggera, ma il tempo non è dalla sua parte. E quasi sicuramente Schwazer dovrà scordarsi Rio e i giochi Olimpici.

Sospeso con effetto immediato, il marciatore azzurro era risultato positivo al testosterone sintetico durante un controllo antidoping a cui era stato sottoposto all'inizio del 2016. Oggi il verdetto finale della federazione: le analisi del campione B hanno confermato i risultati del campione A. In poche parole, Schwazer è fuori.

L'atleta, che era tornato a correre a maggio, dopo aver scontato una squalifica di tre anni e mezzo sempre per doping, adesso vede sfumare il suo sogno di poter partecipare ai Giochi di Rio. Infatti il termine per l'iscrizione alle Olimpiadi scade il prossimo 18 luglio.

Ma lui non molla. "Lo faccio per il mio allenatore, per chi mi è sempre stato vicino e per tutti quelli che ogni giorno dimostrano di credere in me e nella mia innocenza. Lotterò fino all'ultima possibilità per far chiarezza su questa storia: voglio andare alle Olimpiadi per dare una risposta in gara perché sono pulito'', si difende il marciatore. Al fianco dell'altoatesino il suo allenatore, Sandro Donati, secondo il quale ''la gravità della situazione ed i troppi lati oscuri meritano l'attenzione della WADA che dovrebbe aprire con urgenza un'indagine nei confronti dei comportamenti della Iaaf. 

Una manciata di giorni, insomma, per sostenere una tesi difensiva che però sembrano non bastare facendo allontanare così la possibilità di partecipare a Rio. "Cercheremo immediatamente di impugnare la sospensione, probabilmente già lunedì" ha detto il legale dell'oro altoatesino Gerhard Brandstätter che ha provato a tranquillizzare l'animo dell'atleta e dei suoi fan. Proseguendo: "È triste vedere come la Iaaf abbia sospeso immediatamente Schwazer, senza riconoscere in alcun modo i passi che erano già stati fatti. Abbiamo in mano la prova che non si tratta di doping, e che nella condotta di Schwazer tutto è stato regolare. C'è stato un intervento esterno sul prelievo, è evidente, già nel mese di maggio e ciò è estremamente grave". Auspicando "che si arrivi in tempo a stabilire la verità".

Sembra passato un secolo ma era solo il 2012 quando il campione di Pechino aveva dovuto spiegare in conferenza stampa perché si era dopato. "Mi spiace. Ho fatto tutto da solo" aveva detto. "Chi si dopa deve essere squalificato a vita".

E ora? A difendere l'atleta anche Bruno Cappello, presidente della Fidal altoatesina, che si dice stupito che anche il campione B sia risultato positivo: "Se è stata una frode è chiaro che è stata una frode ben fatta", ha sostenuto sottilineando la sua "fiducia incondizionata" nei confronti di Schwazer.

Comunque finisca, peccato. Perché, che si concluda o meno il 18 luglio sulla storia del ragazzino che a 23 anni stupì il mondo e rese orgogliosa l'Italia intera, la macchia resta. 


 

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