Pietro Mennea, il ragazzo triste che correva più veloce di una Porsche

Da ragazzo, al suo paese, sfidava anche le fuoriserie. Poi, crescendo, è diventato una leggenda dell'atletica. Il grande velocista pugliese, scomparso a 60 anni, non era solo un campione, ma il simbolo di uno sport che non c'è più, e che ci manca terribilmente

Pietro Mennea nei 200 metri degli Europei di atletica di Praga, 1 settembre 1978 (Photo by Tony Duffy/Getty Images)

Alberto Rivaroli

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La leggenda di Pietro, l'uomo che si lasciava il mondo alle spalle, nasce verso la fine degli anni 60. Sembra la scena di un film di Tornatore, una di quelle storie del Sud che hanno reso il regista famoso nel mondo. Qui però non siamo in Sicilia, ma in Puglia, su uno stradone di provincia che ospita la sfida impossibile tra un quindicenne velocissimo e una Porsche. Distanza: 50 metri. Quando l'auto accende il motore, il rombo è assordante, ma le gambe di quel mingherlino dalla faccia triste volano e lo portano alla vittoria. Gli amici applaudono, il pilota della fuoriserie deve pagare pegno: insieme a quattro soldi per andare al cinema, il trionfatore guadagna una fama di fenomeno che si diffonde per le strade della sua città, Barletta.

Non dovrà aspettare molto, però, per diventare famoso in tutto il mondo: l'asfalto dello stradone viene presto sostituito dal "sintetico" della piste d'atletica, e al posto della paghetta arrivano le medaglie più pregiate. Record e vittorie fanno di Pietro Mennea una leggenda dello sport, e costruiscono un palmarès di cui, purtroppo, noi tutti oggi "dobbiamo" tornare a occuparci. Già, perché l'ex campione ha chiuso gli occhi stamattina in una clinica di Roma ad appena 60 anni, stroncato da una grave malattia, e in questi casi è inevitabile e doveroso tornare con la memoria ai trionfi della sua carriera.

Lascio però ad altri il compito di riassumerne il curriculum e le eccezionali qualità tecniche. Per me, come per tutti quelli che erano adolescenti nei suoi anni d'oro, Mennea è stato molto di più di un semplice sportivo: era il Rocky dell'atletica. Un anatroccolo diventato cigno, Davide che batte Golia, un uomo "normale” eppure capace di imprese impossibili. Un eroe, come tutti i campioni che hanno cominciato a vincere con la tv in bianco e nero e ha finito con quella a colori. Panatta, Thoeni, Meneghin, Gigi Riva, Mennea: non erano esseri umani, erano icone.

Pietro, però, era diverso. Non aveva un grande fisico e non era bello a vedersi: prima del via, mescolato ad avversari molto più eleganti e potenti, faceva la figura del ragioniere che fa footing dopo l'ufficio. Poi lo starter sparava, e Pietro li schienava tutti, con una grinta che lasciava stupefatti. Indimenticabile, sotto questo punto di vista, la finale delle Olimpiadi di Mosca del 1980. Nettamente in ritardo a metà gara, Mennea riesce a recuperare e a battere proprio negli ultimissimi metri il rivale inglese Wells.

Ci sono atleti con cui la natura è stata molto generosa: gente come Usain Bolt, che dà l'impressione di esser sceso dall'Olimpo per sgranchirsi le gambe. Alto, potente, bellissimo, vince apparentemente senza sforzo. Per Pietro non era così: ogni gara per lui era una battaglia, come una battaglia era stata l'infanzia in una famiglia serena ma povera. A Mennea nessuno ha mai potuto o voluto regalare qualcosa: i primi calzoncini glieli ha cuciti il padre, le scarpe per correre ha dovuto comprarle di una misura più grandi, perché durassero più a lungo.

Ricordi struggenti, che altri avrebbero nascosto. Lui no: il ragazzo diventato campione li ha sempre esibiti con orgoglio, neanche fossero record mondiali. Il suo perfezionismo incrollabile, lo spirito di sacrificio degno di un monaco erano nati in quegli anni, e lo avevano reso irrequieto, ambizioso, testardo. Un principe cocciuto e puntiglioso, chiuso nel suo eremo, il centro sportivo di Formia, dove si sottoponeva a mesi di allenamenti talmente intensi che avrebbero scoraggiato i marines di Full Metal Jacket .

Simbolo dello sport nazionale per molti anni, in realtà Mennea era un italiano atipico: odiava la superficialità e l'improvvisazione, era totalmente refrattario alle tentazioni che la fama e il denaro gli offrivano, non smaniava per pavoneggiarsi davanti alle telecamere e non c'era trionfo che potesse placare la sua voglia di migliorarsi attraverso la fatica.

Ecco perché oggi non rimpiangiamo solo un asso dell'atletica, ma un simbolo di uno sport che non c'è più. Quello dei campioni citati sopra, ma anche di Sara Simeoni, Piero Gros, Corrado Barazzutti. Qualcosa che emozionava e non tradiva. Un pianeta meraviglioso e avvincente, nel quale un ragazzino come me toccava il cielo con un dito saltando davanti al teleschermo e gridando: "Vai, Pietro, Vai!".

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