Nicola Pietrangeli
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Pietrangeli, ieri e oggi agli Internazionali di tennis: "Nel '57 vinsi 30 mila lire"

La leggenda del tennis italiano oggi è ambasciatore della Federazione. E racconta come è cambiato il torneo in sessant'anni

La prima volta che ha messo piede al Foro Italico, nel 1951, aveva 18 anni ed era giudice di linea di un incontro di Coppa Davis Italia-Egitto: "Avevo una paura folle di sbagliare", racconta a panorama.it.

Due anni dopo scese in campo da giocatore, sconfitto al primo turno "e c’erano giusto quattro persone a guardarmi". Una sessantina d’anni e una marea di titoli dopo, Nicola Pietrangeli, leggenda del tennis italiano, ex numero tre del mondo, nonché detentore, a Roma, di due titoli (nel ’57 e nel ’61) e due volte finalista (nel ’58 e nel ’66), è agli Internazionali di tennis come "ambasciatore della federazione". Incarico che gli impone di presenziare, sempre in giacca e cravatta nonostante il caldo quasi agostano, a pranzi, presentazioni, premiazioni, ultima delle quali, mercoledì, la Racchetta d’oro a Martina Hingis e Michael Chang. Ma la fatica più grande, confida, è fendere la folla nel tragitto tra il Campo centrale e la terrazza della federazione. Una marea umana che lo costringe talvolta, "a calcarmi il capello sulla testa per non farmi riconoscere, altrimenti, tra selfie e autografi non arriverei mai in tempo agli appuntamenti".

Perché, in effetti, tra campi, stand di abbigliamento sportivo e di street food, non si è mai vista tanta gente agli Internazionali.

L’avrebbe mai detto, in quel lontano ’53?

No, perché allora il tennis era ancora uno sport d’elite, il pubblico era composto soprattutto da tennisti da circolo, tutti adulti. Sugli spalti, ad esempio, i bambini non c’erano.

E adesso?

Adesso il torneo è diventato un evento cittadino, un luogo rispetto al quale è importante dire «Io c’ero». Sono convinto che il 10 per cento del pubblico sia composto da gente che non è neanche interessata al tennis, che non conosce nemmeno punteggio e regole. Vengono qui perché magari ci può scappare un selfie con un calciatore o un attore, o perché la sera c’è un evento mondano.

Un bene o un male per il tennis?

Comunque un bene. Perché, incassi a parte, comunque tutta questa gente porta agli Internazionali i bambini, fondamentali per il futuro del tennis italico. Qui c’è perfino un kindergarden. E comunque pure se il pubblico non è totalmente interessato e infiltrato da spettatori che più che sportivi sono tifosi ansiosi di successi tricolori, la fetta più grande è composta da gente che ama il tennis. E che riempie il Foro Italico fino all’ultimo giorno anche quando non ci sono più italiani in gara.

Ecco, parliamo degli italiani..

Abbiamo ottimi giocatori e giocatrici, ci manca ancora quello con la G maiuscola.

Si è affacciato Matteo Donati, 20 anni appena compiuti, è lui la speranza italiana?

E’ bravo, gli auguro di arrivare entro i primi venti del mondo. Anche se la concorrenza, nel mondo, è agguerrita perché , finanziariamente parlando, vincere ti fa stare bene tutta la vita. Uscire al primo turno di singolo e doppio fa guadagnare comunque 13-14 mila euro.

E ai suoi tempi?

Qui a Roma ci davano 7 mila lire al giorno come rimborso spese. E quando vinsi il titolo portai a casa 30 mila lire. Non valevano neanche un mese di affitto, a quei tempi per il mio appartamentino ne pagavo 50mila. Noi non eravamo ricchi come i tennisti di oggi: una volta, avevo già moglie e figli, mi chiamò il direttore di banca perché ero andato sotto di 100 mila lire.

Le piacerebbe avere vent’anni oggi?

Ma no, perché alla fine, credo di essermi divertito più io. Ai miei tempi, è vero non c’era la transportation ufficiale e dovevamo muoverci con le nostre auto, non c’erano i montepremi di oggi, ma l’atmosfera era più rilassata e amichevole. Io organizzavo pure, a mie spese una festa al tennis Parioli, il mio circolo, dando a tutti giusto un buono per bere la Coca cola.

Un altro ricordo piacevole del torneo romano?

Le serate nelle bettole di Trastevere con Tiriac, Nastase e Manolo Santana. Adesso non sarebbe possibile perché se, ad esempio, Federer e Djokovic volessero uscire a cena insieme dovrebbero portarsi dietro dieci persone a testa di staff. Oggi i tennisti vivono con il loro team, sempre tra alberghi e aerei.

Ha citato Federer, che cosa diventerà il tennis mondiale dopo il suo ritiro?

Un tennis molto noioso, sono in pochi quelli in grado di rimpiazzarlo. Ci sarebbe in realtà Fognini che quando gioca bene è davvero divertente, vale un top ten.

E l’eterna promessa Camila Giorgi?

Ieri ho incontrato il suo papà-allenatore e gli ho detto: «Guardi che qualche volta si può anche tirare piano..».

Ma gli Internazionali possono ancora migliorare?

Certo. Con la vittoria di un italiano. Manca solo questo.


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