Cronosquadre di Belfast: per il Giro un via con scarso appeal

La gara ciclistica con meno fascino aprirà la Corsa rosa. Proposta per la prima volta nel '53 sulla pista di Modena, ebbe anche varianti a coppie e a staffetta - Le 21 tappe

La cronosquadre di Belfast aprirà il 97° Giro d'Italia su un circuito cittadino di 21,7 km. – Credits: Ansa.

Sergio Meda

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Quella di domani tardo pomeriggio a Belfast è una cronosquadre senza insidie, 21,7 chilometri decisamente filanti, da fare a tutta a meno di vento contro e pioggia, sempre possibili. Un problema in più per i team che annotano gli scalatori, i veri pretendenti alla vittoria finale di questo 97mo Giro d'Italia, che faticheranno per non perdere, in ogni senso, il treno della corsa.

Esercizio crudele, penalizzante per alcuni, la cronosquadre, dove il tempo si rileva sul quinto che taglia il traguardo. Le energie vanno graduate, ne sa qualcosa Scarponi con la sua Lampre, l’anno scorso in grave affanno nel finale dopo aver conteso al Team Sky il successo a metà prova. Resta da stabilire chi naufragherà delle squadre più attese - Orica Greenedge, Bmc, Sky, Garmin-Sharp - visto che il Giro muove dal Titanic Belfast, il museo che evoca, suo malgrado, una tragedia.

Diciamola tutta, la cronosquadre ha un fascino ridottissimo, appassiona i soli patron delle squadre, gli sponsor che le supportano, domani più visibili. Appaga solo gli avvoltoi seduti davanti al video, quelli che aspettano - sempre, va detto - il contrattempo, la foratura o la caduta spettacolare, a volte decisiva. Ha peraltro un vantaggio: non esistendo un tifo di squadra - il ciclismo è comunque individuale nelle passioni - è un esercizio per il quale il pubblico applaude tutti e non solo domani, là dove la Corsa rosa frequenta una terra così poco ciclistica. La cronosquadre fa notizia solo quando capita un episodio di insubordinazione, tipo Pellizotti nel 2007 quando anticipò di un niente il suo capitano De Luca, soffiandogli la maglia rosa che spetta a chi della squadra vincente taglia per primo il traguardo.

La cronosquadre è ben datata: Vincenzo Torriani, che pure era organizzatore ardito (e molto fortunato), ne propose il debutto in situazione protetta, in autodromo a Modena. Era il 1953 e vinse la Bianchi di Coppi. Sempre i biancocelesti s’imposero in avvio del Giro a Palermo, l’anno dopo, sul circuito del Monte Pellegrino quando il Campionissimo indossò, al termine, l’ultima maglia rosa della sua fantastica carriera. Non cronosquadre, bensì cronostaffetta, un inedito mai più replicato, si verificò nel 1971, in avvio del Giro, da Lecce a Brindisi. Unico problema, il giorno dopo, come da regolamento i dieci portacolori della Salvarani, la squadra che la vinse, indossarono tutti la maglia rosa per la felicità dello sponsor e lo sconcerto del pubblico che non sapeva che pesci pigliare. Troppi simboli del primato, un rompicapo eccessivo.

Nel 1973, quando il Giro tendente all’Europa si avviò dal Belgio, da Verviers, Vincenzo Torriani propose una Cronocoppie. L’unico dato non scontato fu il rendimento del partner meno noto: quel giorno Roger Swerts andò come il vento, tirò il collo al suo capitano, un certo Eddy Merckx.

Sergio Meda, autore di questo articolo, è direttore del sito Sportivamentemag  (magazine on line che tutela lo sport e le sue regole) ed è stato la figura di riferimento dell'Ufficio stampa del Giro d'Italia dal 1995 al 2009.

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