1998, il Tour de France del doping?

Secondo Le Monde, Pantani, e tutti i big di quell'anno avrebbero usato l'epo. Ma nessuno rischia, tranne il ciclismo

Marco Pantani, Ullrich e Julich, il podio del Tour del 1998 ora al centro dello scandalo doping (Credits: PASCAL PAVANI/AFP/Getty Images)

Andrea Soglio

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La foto sui Campi Elisi è di quelle che hanno fatto la storia del ciclismo. Sul gradino più alto del podio c'è Marco Pantani, in maglia gialla; sulla sinistra Ian Ullrich, il grande sconfitto; sulla destra Bobby Julich, l'americano che non ti aspetti. Su quello stesso podio poi per celebrare la sua maglia verde di Re delle volate salirà il tedesco Erick Zabel, praticamente imbattibile.

Finiva così il Tour de France del '98, quello per noi italiani, della vittoria di Pantani, il "Pirata", dello scatto sul Galibier sotto la pioggia, della mantella messa prima della discesa, dell'arrivo trionfale a Plateau de Beille. Un tour per noi da brividi.

Gli stessi che scorrono a 15 anni di distanza. Da settimane infatti in Francia giravano voci di doping diffuso in quella edizione. Tutto nasce infatti dai campioni di sangue ed urine proprio di quell'anno. Provette che superarono gli esami dell'epoca. La scienza però ha fatto passi in avanti ed anche gli esami antidoping. Così, quello che una volta non si poteva "vedere", oggi è semplicissimo da trovare. E così nei laboratori della Wada quelle provette sono state rianalizzate con metodi e macchinari moderni ed il risultato sarebbe stato sconfortante.

Pantani, Ullrich, Julich, Zabel, Jalabert e gran parte dei big di quella estate sarebbero risultati positivi all'epo. A fare i nomi è il principale quotidiano francese, Le Monde, che da settimane aveva fatto circolare indiscrezioni sulle positività. Jalabert, il cui nome era stato fatto alla vigilia del via del Tour 2013 aveva addirittura dovuto lasciare la postazione di commentatore della gran boucle per la Tv francese. Gli altri hanno scelto la via del silenzio. Pantani invece non può nemmeno difendersi.

Dal punto di vista sportivo non cambierà nulla. Lo ha ribadito più volte il presidente dell'Uci, Pat McQuaid: "Le analisi svolte nel 2004 - aveva dichiarato giorni fa - non erano conformi agli standard antidoping e non possono essere accettate come prova. Qualunque cosa emerga, non ci sono motivi per compiere alcun passo". Il Tour resta quindi del Pirata.

Ma è un Tour inevitabilmente "macchiato".

Ed è grave che la stessa federazione intranazionale decida di nascondere la testa sotto la sabbia, facendo finta di nulla. Perché quello che conta è il bene del ciclismo (uno sport già martoriato di suo dallo scandalo Armstrong, tanto per citare l'ultimo tsunami...). Serve quindi certezza, pulizia, verità. Parole che sembrano sempre più lontane.

Chi è pronto a scommettere sulla pulizia di Froome?

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