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Marco Pantani: il caso è chiuso?

La seconda inchiesta sulla morte del campione si avvia all'archiviazione: l'analisi di Andrea Rossini, autore di "Delitto Pantani: ultimo chilometro"

pantani morte

Gianpaolo Ansalone

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Nel luglio 2014, a dieci anni dalla sua scomparsa avvenuta il 14 febbraio 2004 in un hotel di Rimini, veniva riaperta l'inchiesta sulla morte di Marco Pantani. Dodici mesi dopo, e dopo nuove perizie legali e vecchie polemiche, il caso pare avviarsi alla sua conclusione. Anzi, archiviazione.

Ne è convinto anche Andrea Rossini, giornalista del Corriere di Romagna a Rimini, che ha seguito da vicino tutti i vari iter della vicenda, raccontata anche nel suo libro-inchiesta Delitto Pantani: ultimo chilometro (segreti e bugie): "La seconda inchiesta", afferma, "sta per giungere alla fine, con il pm di Rimini, Paolo Giovagnoli, che sta scrivendo la procedura di archiviazione da presentare nei prossimi giorni al gip”.

Ma perché nel luglio scorso era stata riaperta?
"Durante la prima inchiesta, durata un anno, si arrivò alla conclusione che Pantani era morto per overdose di cocaina, tanto che vennero arrestati i due spacciatori - che poi patteggiarono - ai quali Marco si era rivolto. Le sentenze, passate in giudicato, non hanno mai sollevato alcun dubbio sulla vicenda. Tuttavia la famiglia di Pantani, per mezzo del suo legale Antonio De Rensis, ha contestato la verità processuale presentando l'anno scorso, proprio nei giorni del trionfo di Nibali al Tour de France, un esposto supportato da una consulenza medico-legale, oltre a presunte 'prove' e altre testimonianze".

Qual è esattamente la tesi sostenuta dalla famiglia Pantani?
"Si ipotizza che qualcuno abbia somministrato la cocaina contro la volontà di Marco, simulando poi un’overdose. Solo un'ipotesi investigativa sulla quale la procura di Rimini ha appunto deciso di aprire una seconda inchiesta. Gli investigatori, esaminati i documenti e ascoltate tutte le persone coinvolte nella vicenda, hanno però giudicato inconsistenti o incongrui gli indizi sottoposti alla loro attenzione. La porta della stanza dove fu trovato il cadavere, ad esempio, era chiusa dall'interno. E la teoria dell'omicidio, esclusa appunto sulla base delle nuove testimonianze e delle deduzioni logiche, è stata azzerata dalle conclusioni del perito nominato dal pm Paolo Giovagnoli, il professor Franco Tagliaro: il luminare esclude infatti che le lesioni superficiali sul cadavere siano state opera di terzi così come che l'assunzione di cocaina sia avvenuta sotto forma di costrizione, sostenendo invece che la causa primaria della morte sia stata il sovradosaggio di antidepressivi. Del resto, durante questi undici anni in cui ho potuto seguire da vicino la vicenda, ho notato che tante volte invece di esaminare i fatti ci si è fermati a informazioni suggestive o superficiali...".

Superficiali in che senso?
"Si è parlato ad esempio di lividi sul corpo di Pantani, poi riconosciuti come segni post mortem; si è parlato di pugni chiusi come se volesse difendersi, effetto invece del rigor mortis; si è scritto di un lavandino smontato, che dopo poco sarebbe però tornato al suo posto, e si sono confuse le perquisizioni con i sopralluoghi. Tutto questo in un frullatore di informazioni che non sempre sono state gestite nel migliore dei modi e che il pubblico non sempre è riuscito a catalogare".

Come fotografare allora oggettivamente questa seconda tranche dell'inchiesta?
"Dicendo che sicuramente dopo l’esposto della famiglia Pantani non è emersa nessuna ipotesi significativa, se non il fatto - stando alla nuova perizia legale - che la morte sia appunto avvenuta per l’abuso di psicofarmaci, dal momento che Marco - sempre secondo il medico legale - era ormai talmente assuefatto dalla cocaina, di cui faceva abitualmente uso, che non avrebbe potuto essere ucciso nemmeno dalle grosse quantità che gli sono state trovate in corpo".

Durante l'inchiesta che ha portato al tuo libro, che idea ti sei fatto?
"Sia la vecchia inchiesta, sia la consulenza medica allegata all’esposto della famiglia Pantani, parlavano di overdose di droga, escludendo il suicidio da farmaci. In ogni caso, la relazione dà conferma del percorso autodistruttivo del Pirata: in quella stanza Marco era da solo con i suoi fantasmi, assunse molta cocaina e utilizzò anche gli psicofarmaci, dopo esserne procurata - ingannando anche il suo medico - una doppia prescrizione. In questa storia non c'è un colpevole, ma nessuno è innocente. E in termini più generali, a ormai undici anni dalla scomparsa di questo grande ma fragile campione, penso che utilizzare la sua storia ed il suo ricordo per iniziative e campagne contro la droga gli darebbe molta più dignità, migliorandone anche il ricordo".

Nessuna tesi particolare, quindi, nel tuo libro?
"Lo spirito con cui sono arrivato a scriverlo, è stato quello di esaminare le vicende di dieci anni di inchieste senza pregiudizi e senza idee di parte. Mi sono sentito in dovere di raccontare la storia per diritto di cronaca, al servizio della verità, e ci ho messo la faccia, a volte attirandomi le antipatie di tifosi e fan. Per come ero informato sui fatti sono anche stato interrogato e ho fornito materiale e testimonianze per la seconda inchiesta. Se si guarda la storia senza suggestioni televisive e senza inseguire dettagli fuorvianti se esaminati fuori contesto, non facendosi trasportare dalle emozioni, si capirà che la vicenda dal punto di vista giudiziario è chiara. E che quella umana merita tutta la nostra compassione".

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