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Djokovic si scusa con le donne, ma i numeri gli danno ragione

Il numero uno fa chiarezza sulla frase, ritenuta sessista, che vorrebbe premi più alti per gli uomini. Un'opinione che trova conferma nei dati

US-TENNIS-SPORT

Teobaldo Semoli

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Una doverosa premessa. Non è intenzione di questo articolo, come non lo erano le parole di Djokovic stando alle scuse pubblicate sulla sua fan page, fare considerazioni sessiste sulle differenze tra tennis maschile e femminile.

‘È giusto che gli uomini vengano pagati più delle donne’ aveva detto il numero uno al mondo dopo la vittoria nel torneo di Indian Wells. Una frase che, detta così, era difficile non venisse interpretata in senso dispregiativo, anche alla luce delle parole ben più pesanti – ‘il tennis femminile vive sulle spalle di quello maschile e le donne dovrebbero inginocchiarsi davanti a Federer e Nadal per il contributo che hanno dato alla disciplina’ - pronunciate qualche giorno prima dal direttore del torneo californiano Raymond Moore, costretto poi a dimettersi dalla sua carica di CEO.

Dietro però la plausibile e giusta condanna di atteggiamenti ed espressioni deliberatamente discriminatorie c’è una considerazione, ribadita peraltro dallo stesso tennista serbo nel suo messaggio di scuse, che riguarda un’equa (che non vuol dire ‘uguale’) distribuzione dei premi tra tutti i giocatori (uomini e donne), capace di tenere conto 'del loro gioco e del loro sforzo' che si traduce, per chi elargisce i montepremi, nella mole di business che i tennisti sono effettivamente in grado di generare. In questo senso la differenza in numeri tra i due circuiti (Atp e Wta) darebbe ragione a Nole.

Il messaggio di scuse di Djokovic

Il primo numero, il più banale, è quello relativo agli spettatori dei grandi eventi del tennis. Prendendo come esempio il torneo di Wimbledon 2015 i dati della BBC dicono che la finale tra Djokovic e Federer è stata vista da 9.2 milioni di persone contro i 4.3 milioni della finale femminile tra Williams e Muguruza. Una tendenza confermata dal canale tv Channel Seven sugli spettatori della finale degli Australian Open 2015: 1.2 milioni per gli uomini, 700mila per le donne.

C’è poi la questione della differente lunghezza dei match – le donne giocano sempre 2 set su 3, gli uomini 3 su 5 negli slam – che viene letta con l’equivalenza: più minuti in campo uguale più spettacolo. Forse nell’era del 2.0 (facciamo anche 3.0) andrebbe riletta come: più passaggi pubblicitari nei cambi di campo, più live- posting (durante gli incontri) dei social account di giocatori, media e sponsor, e via dicendo. Ecco che allora le 16 ore passate in campo di Djokovic sul campo centrale dell’All England Club generano più business delle 10 ore e mezzo trascorse da Serena Williams.

Fanno comodo ai tornei, che guadagnano dalle revenue provenienti da biglietti, diritti tv e sponsor e che su questi introiti (soprattutto) calcolano i montepremi per i partecipanti. Premi per uomini e per donne che oggi nel tennis sono forse tra i più simili se paragonati con quelli di altre discipline; esattamente identici nei tornei del Grande Slam, nonostante tutte le predette differenze, in numeri. Di questi parliamo e per questo – solo per questo – si può essere parzialmente d’accordo con il ragionamento Djokovic. Anche per non scambiare l’uguaglianza sociale, qui declinata in senso sportivo, con un’uguaglianza numerica a prescindere, che sarebbe la presa di posizione più sessista in assoluto.

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