L'inarrestabile corsa di Nicola Dutto

Il 43enne campione piemontese di Baja, dopo l'incidente che lo ha paralizzato, affronterà a giugno la grande sfida in Baja California

Il campione di Baja Nicola Dutto, 43 anni, paraplegico, si allena per la gara in Baja California

Cristina Marinoni

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La passione supera qualsiasi ostacolo. Lo sa bene il motociclista Nicola Dutto: nemmeno un incidente sulle sue amate due ruote – che lo costringe sulla carrozzella da due anni, paralizzato dall’ombelico ai piedi – gli ha tolto la voglia di aprire il gas. E gareggiare. Classe 1970, il campione torinese della categoria Baja, la disciplina che unisce rally ed enduro nella quale ha vinto due titoli europei e due italiani, è il primo pilota paraplegico al mondo a competere con i normodotati. Il rientro nel 2012, quando partecipa alla Baja España-Aragón, 500 chilometri in due tappe da percorrere in due giorni. Su 48 partecipanti, si piazza ventiquattresimo per colpa di un fusibile: «Se non avessi perso tempo a sostituirlo, avrei concluso una decina di posizioni sopra» dice. Tra qualche mese, in sella a una Ktm Exc 500 modificata, lo aspetta una gara leggendaria: la Baja 500, in Baja California.

L’appuntamento è a inizio giugno: come si sta preparando?

Mi sto allenando a casa, con la handbike: devo rinforzare al massimo il busto, le braccia e la prima fascia addominale, quella rimasta attiva. E poi lavoro tanto sull’equilibrio – la paraplegia stravolge la percezione della stabilità – con esercizi sulla palla medica o, semplicemente, per riuscire a stare seduto senza appoggi sul tatami.

E in moto quando sale?

Due volte a settimana. A novembre sono entrato nella squadra ufficiale Ktm Italia, per me è una soddisfazione immensa, e parteciperò a qualche tappa del Trofeo Ktm enduro, una decina di competizioni, tutte in Italia.

Quali interventi ha effettuato alla Ktm per adeguarla alle sue esigenze?

Non ho sensibilità agli arti inferiori, quindi ho spostato tutti i comandi sul manubrio e ho montato un rollbar protettivo per le gambe.

In Baja California aveva corso nel 2008 e nel 2009, poi il tragico evento: due anni fa avrebbe mai pensato di tornarci?

No di certo, a febbraio 2011 ero nel pieno della riabilitazione, durata nove mesi. Da Pordenone, la tappa italiana del Campionato europeo di Baja nella quale mi sono schiantato, sono stato ricoverato a Udine. Dopo quindici giorni, mi hanno trasferito all’unità spinale di Torino, dove sono rimasto fin al 17 dicembre. L’ultimo problema, in quelle settimane, era la paraplegia: ho rischiato di morire, ci sono volute quattro trasfusioni per salvarmi la vita.

Cos’era accaduto esattamente a Pordenone?

Sono andato a sbattere di testa contro una pietra, a 150 chilometri l’ora. L’urto ha causato la compressione della schiena e rotto tutte le vertebre dorsali: la settima è esplosa e ha procurato la lesione del midollo. In più, scafoide e radio del braccio destro si sono fratturati, come dieci costole e il dito medio della mano destra, che ha subìto anche lo strappo dei legamenti. Infine, la mentoniera del casco, piegandosi, mi ha aperto in due il viso tra il mento e il labbro inferiore. Si vedeva la gengiva senza che aprissi la bocca: 20 punti di sutura.

Dopo quanto tempo ha infilato di nuovo il casco?

Un anno circa dalla dimissione dall’ospedale, a gennaio 2012.

In sella com'è andata?

È stato come togliere le rotelle alla bici, da bambino: un misto di preoccupazione e agitazione. Che è svanito in 100 metri: una volta prese le misure con il nuovo baricentro, non ho avuto problemi e, in un attimo, ho riassaporato quelle sensazioni meravigliose che mi avevano fatto innamorare delle due ruote. Centuplicate.

Cioè?

La moto mi ha sempre dato un senso di libertà che non ho trovato in niente altro, figurarsi le emozioni che mi regala ora che sto in carrozzella! Per adesso, non ci sono soluzioni alla lesione alla schiena: so che non potrò tornare a camminare. Però, mi ritengo fortunato perché muovo le braccia e gran parte del busto: sarebbe potuta andare peggio. Se rifarei tutto? Sicuro: ho trasformato la mia passione in professione. Con la consapevolezza che un pilota non è un giocatore di scacchi: il rischio è dietro l’angolo.

A che età è scoppiata la passione per il motociclismo?

Da piccolo, soltanto che nessuno in famiglia era interessato alla disciplina e mi sosteneva. Mi sono avvicinato a questo mondo da ragazzo: oltre a studiare, lavoravo nei weekend come cameriere e aiutavo mia madre antiquaria a mercatini e mostre per racimolare i soldi e, finalmente, acquistare un mezzo. A 16 anni ho realizzato il sogno e mi sono comprato un Malaguti 125.

Il debutto in gara?

A 19 anni, nel Campionato piemontese enduro; da allora, non mi sono più fermato, se non per causa di forza maggiore. (ride, ndr).

Ha persino ampliato il suo raggio d’azione: possiede un reparto corse e organizza eventi.

Sì, presto assistenza tecnica e logistica ai rider, in passato a Massimiliano Masante, pilota nel Campionato italiano Baja di quad, e al motociclista Gianfranco Ronco. Poi, dieci anni fa, mi sono lanciato nell’avventura di Winter Wheels, oggi la gara offroad su neve più importante d’Europa, alla quale partecipano moto, quad e quadricicli.

Nel 2011 si è anche sposato.

Il mio primo desiderio dopo l’incidente era tornare con Elena negli Stati Uniti: abbiamo detto “sì” a Las Vegas. L’avevo conosciuta otto mesi prima dell’infortunio: un evento di quella portata allontana le persone o le unisce. Noi siamo inseparabili: mia moglie lavora con me, si occupa di marketing e pubbliche relazioni, e insieme a lei sono entrate nella mia vita Federica e Beatrice, le sue due figlie, anche figlie mie.

L’incidente l’ha cambiata come uomo?

Sono un bel po’ più sereno. Una volta mi arrabbiavo spesso, nonostante la mia filosofia di vita sia sempre stata “cogli l’attimo”. Oggi apprezzo veramente ogni momento.

Con questo stato d’animo, cosa si attende dall’esperienza alla Baja 500?

Grande divertimento, è questo il mio obiettivo! Quel rally è davvero speciale: 500 miglia nonstop da macinare in 12 ore su un tracciato segnalato da frecce e fettucce, senza l’ausilio di roadbook. Su auto, quad, moto o buggy, attraversi una natura incredibile, con un caldo pazzesco, il fango, la polvere, la pioggia, e conosci persone splendide. Il nemico è il cronometro, non sono gli altri partecipanti, e i piloti ricreano una specie di famiglia.

Davvero il piazzamento non le interessa?

Be’, dietro al cancelletto di partenza esce il pilota e la voglia di vincere, non posso negarlo. Mettiamola così: se arriva un buon risultato, meglio ancora.

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