Michela Cerruti, la donna al volante

Batte gli uomini del campionato GT e mi ha insegnato a guidare (in pista)

Michela Cerruti, 25 anni. Lo scorso 10 giugno Michela è diventata la prima donna a vincere una gara di campionato italiano Gran Turismo (Credits: ©Andrea Palumbo)

Teobaldo Semoli

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L’appuntamento in pista è fissato alle 11. Mi presento alle 10.30. Meglio vedere che aria tira, penso. La giornata è bollente. Il ragazzo che vedo scendere dalla Bmw Z4 guidata da Michela Cerruti (pilota professionista, praticamente imbattibile nel Campionato GT, maschi compresi) sembra alquanto provato. Capisco subito che non è stata una buona idea fare colazione, ma faccio finta di niente e salgo a bordo. Guida forte la ragazza: gli inserimenti nelle chicane dell’autodromo di Vairano sono precisi, le staccate sempre al limite. “Così mi alleno un pò” dice lei sorridendo “questa pista potrei provare a farla anche ad occhi chiusi”. Speriamo che stia scherzando, penso io.

Per fortuna dopo qualche giro bisogna fermarsi per raffreddare freni e motore. Possiamo cominciare.

Allora Michela, come hai scoperto il mondo dei motori?

“In un certo senso è cominciato tutto qui, a Vairano, durante un corso di “guida sicura”. Mio padre mi aveva iscritto perché dopo aver preso la patente avevo mostrato strane tendenze (ride nda). Mi spiego meglio. A 18 anni mi sono comprata un’Alfa 147 blu. Dopo due mesi era nera opaca, ribassata, con lo scarico aperto e la centralina per farla andare più forte. Insomma, era veramente “tamarra”. Allora mio padre, per stare più tranquillo, ha pensato bene di farmi fare un corso di guida”.

E lì cosa succede?

“Succede che il corso di guida sicura si trasforma in lezioni di guida da corsa. Il mio istruttore Mario Ferraris, preparatore ed ex pilota, intravede subito il mio talento e convince mio papà (ex pilota pure lui) a farmi scendere in pista”.

Quando hanno capito che eri veramente forte?

“Forse quando correvo con il cosiddetto Cinquino, una Cinquecento elaborata da 360 cavalli. Un’opera d’arte quasi impossibile da maneggiare. Gli unici che riuscivamo a guidarla eravamo io e Mario (Ferraris). Così sono arrivati i primi risultati in Campionato Endurance ed è lì che probabilmente si sono detti: se riesce a guidare questa macchina può guidare tutto”.

Una ragazza catapultata in un mondo "per soli uomini" come quello delle corse, come ci si sente?

“Molti dicevano a mio padre che era matto. Il Gran Turismo e le Superstars Series sono probabilmente i due campionati più competitivi in Italia. Le auto sono dei missili a trazione posteriore da 450 cavalli. Ci sono piloti esperti e nomi importanti, anche ex Formula 1. E io, oltre ad essere l’unica donna, ero anche di gran lunga la più giovane”.

E correvi con una macchina completamente rosa...

“Quella è arrivata nel campionato Superstars. Nelle prime gare era grigia con delle stelle rosse. Poi ho cominciato a stare lì davanti e mio zio voleva che si capisse che dentro l’auto c’era una donna. Io ero contrarissima, già m’immaginavo le prese in giro. Quando l’ho vista la prima volta tutta rosa, senza adesivi, mi è preso un colpo. All’inizio gli unici che la apprezzavano erano i bambini, poi però ho cominciato ad amarla alla follia. Mi piaceva pensare che tutti capissero subito che in quell'auto che superava e che stava in scia dei primi ci fosse dentro una ragazza"

Nel 2011 a Monza la macchina rosa finisce davanti a tutti e vince, come la prendono i tuoi colleghi?

“I pregiudizi su una donna che corre in macchina ci sono e sono tanti, inutile negarlo. E purtroppo di gente che spara cavolate ce n’è fin troppa. Soprattutto che non pensa al lavoro e alla fatica che c’è dietro ad ogni singolo risultato. C'era addirittura chi sosteneva che la mia auto avesse 100 cavalli in più delle altre. Però sono arrivati anche alcuni apprezzamenti importanti, su tutti quello del mitico ex pilota di Formula 1 Johnny Herbert. Siamo stati anche compagni di squadra e l’ho sempre sentito parlare bene di me.

Quest’anno sei diventata pilota ufficiale del Team Bmw nel campionato GT e subito sono arrivati i risultati (lo scorso Giugno al Mugello Michela è diventata la prima donna a vincere una gara del Campionato italiano di Gran Turismo). Corri anche il campionato di Formula 3. Sogni ancora di guidare una Formula 1?

“Ovviamente il campionato di Formula 3 mi serve anche per capire come me la cavo con le macchine a ruote scoperte. Purtroppo ho cominciato molto tardi e sono destinata a dover sempre bruciare le tappe. Certo, se un giorno dovesse succedere... Mi verrebbe un infarto!

Chi ti piace tra i piloti di Formula 1?

“Io muoio per Alonso (ride nda)".

In che senso?

“In tutti i sensi (ride di gusto nda)! No dai, Alonso è perfetto. Non sbaglia mai, ha guidato tutti i tipi di macchine in tutte le condizioni ed è sempre lì. In più è pure bello il che non guasta mai”.

Magari un giorno correrete insieme o l’uno contro l’altro…

“Ma speriamo. Sarebbe bello anche solo incontrarlo, gli farei tante di quelle domande. A dire il vero una volta l’ho incontrato. Mi hanno anche fatto una foto con lui ma non è venuta. Ero disperata. Inconsolabile".

Cosa fa Michela quando toglie il casco?

“Adesso quasi niente (ride nda). Tra gare ed allenamenti è rarissimo che io abbia più di tre giorni di fila liberi. Prima di cominciare a correre, si parla di quattro anni fa, facevo quello che fanno tutte le ragazze di vent’anni. Studiavo all’università a Milano, e lì mi sono laureata in Psicologia che è l’altra mia grande passione. E poi un pò di vita milanese: aperitivo, discoteca con le amiche. Ora invece tutto gira intorno alle corse e anche quello che faccio al di fuori è in qualche modo legato a questo mondo".

Come la collaborazione con i volontari di Operation Smile, che girano il mondo per operare i bambini con malformazioni al viso…

“Loro cercavano una testimonial sportiva e io da tempo volevo far parte di un’iniziativa benefica dove fossero coinvolti i più piccoli. E poi i bambini sono stati i miei primi fans fin dai tempi della macchina rosa. Quindi diciamo che ci siamo trovati. Sono appena tornata dalla Giordania dove sono stata per tre giorni insieme ai volontari, e posso dire che quello che fanno queste persone è veramente qualcosa di concreto. E senza prendere una lira! Spero di riuscire a dargli la maggiore visibilità possibile, magari anche con i miei risultati. Quando vedi queste cose sai di correre anche per qualcun altro. Non ti senti mai da sola quando sei in macchina."

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