Cotelli: “Sci italiano da ripensare”

Per l'ex ct della Nazionale, “bisognerebbe tornare a un'organizzazione con a capo un amministratore delegato che faccia il suo lavoro. Soči? Se i più bravi rimangono in piedi, c'è poco da fare”

– Credits: Alain Grosclaude/Agence Zoom/Getty Images

Dario Pelizzari

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A poco meno di due mesi dalle Olimpiadi invernali di Soči (Russia), torna puntuale come una cambiale la preoccupazione circa lo stato di salute dello sci italiano, che ormai da qualche tempo va alla grande nelle discipline veloci (vedi discesa libera) e molto meno bene nelle discipline tecniche (vedi gigante e speciale). Per Mario Cotelli, ct della Valanga azzurra negli anni Settanta e oggi opinionista di Sky Sport, qualcosa non torna nelle scelte organizzative degli ultimi 30 anni. "Oggi la velocità ha dei costi pazzeschi - spiega l'ex numero uno dello sci italiano - per cui molte nazioni scelgono di non farla per occuparsi di altro. La Federazione italiana è tra le poche ad avere i soldi da investire in questa specialità. Ed è proprio per questo che possiamo fare bene: la concorrenza è numericamente poco importante. Non ci sono gli americani e i nordici hanno soltanto Svindal. In sintesi, nella velocità sono rimasti italiani e austriaci. Certo, se risorgono gli svizzeri sono guai”.

In gigante e speciale, la musica è diversa. L'Italia dello sci continua a fare fatica. Per colpa di chi?

“E' un problema tecnico, meglio, di strutture organizzative della federazione, che non ha creato ricambi. Non so perché non l'abbiano fatto, ma tant'è. Oggi in queste due specialità non abbiamo giovani di qualità, soprattutto in gigante. E non è ammissibile una situazione come questa nel Paese che può vantare le più grandi basi di reclutamento del mondo, perché le Alpi le abbiamo soltanto noi, e ha le famiglie che sostengono lo sci fino a 16-17 anni. In più, abbiamo lo Stato che finanzia lo sport, che non è poco. Nonostante tutto questo, non ce la fanno”.

Un problema vecchio di anni.

“Il mondo giovanile è completamente separato dalla scuole nazionali e di conseguenza non si riesce a far crescere gli atleti. Non c'è un vertice che decida cosa fare. Bisogna tornare a un'organizzazione con a capo un amministratore delegato che faccia il suo lavoro, ecco tutto. E' da 30 anni che non se ne esce, mica da ieri”.

Nell'attesa di buone nuove dalla Federsci, non possiamo fare altro che sperare nel mezzo miracolo della squadra attuale. Qualcuno già si chiede che senso abbia portare in Russia atleti che se tutto andrà benissimo potranno al massimo ambire al quindicesimo posto.

“Puntare sul ricambio significa inevitabilmente avere il coraggio di sacrificare anche qualche vecchio. Se si continua a puntare sui soliti noti si blocca la crescita dei rincalzi. E se si ferma il ricambio, non si può che fare affidamento sui vecchi. Ma così non si va da nessuna parte. In questo modo saremo costretti a giustificare anche piazzamenti tutt'altro che esaltanti. Già oggi, se uno dei nostri arriva decimo dicono che è bravo. Anche se a 25 anni oppure 30. Se questi sono i risultati che si aspettano, non può che andargli bene”.

Nel 2010 a Vancouver abbiamo raccolto complessivamente cinque medaglie. Poco, pochissimo, uno dei bottini più magri nella storia delle spedizioni tricolore alle Olimpiadi invernali. Nelle discipline di sci alpino, è arrivato l'oro di Giuliano Razzoli. Poi, il buio. Cosa ci possiamo aspettare da Soči?

“Credo che non avremo grandi problemi a conquistare almeno una medaglia nella velocità. Tra Paris e Innerhofer, qualcosa di buono arriverà. Sarà più difficile in gigante, mentre in slalom può sempre succedere di tutto. Ma se i tre migliori stanno in piedi è dura”.

Twitter: @dario_pelizzari

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