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Atletica: Kevin Ojiaku, campione di integrazione

Madre piemontese e padre nigeriano, il saltatore in lungo racconta la sua storia agli studenti e analizza con noi il momento azzurro

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Matteo Politanò

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Una storia di integrazione, talento e voglia di vincere. Parliamo di Kevin Ojiaku, saltatore in lungo del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle scelto come quarto personaggio dello sport per la serie "Incontro con il campione" organizzata all'interno del progetto "Sport e integrazione" del Coni. Nato a Ivrea da papà nigeriano e mamma piemontese, ha scoperto l’atletica grazie ai Giochi Sportivi Studenteschi e fino alla categoria junior è stato un promettente saltatore in alto (personale di 2.10 nel 2007), vestendo la maglia della Nazionale giovanile sia ai Mondiali Allievi 2005 che alla Gymnasiade del 2006. Poi la scelta (forzata, a causa dei problemi ad un ginocchio) di dedicarsi al salto in lungo. Ora nella testa c'è un solo obiettivo: gli Europei di Amsterdam 2016. Abbiamo parlato con lui al liceo Martin Luther King di Genova dove ha incontrato gli studenti. Ecco cosa ci ha raccontato...

 

Sei stato coinvolto in questo progetto d'integrazione dal Coni, cosa hai detto ai ragazzi che hai incontrato? 

"Ho raccontato la mia storia personale che credo essere un esempio bello e significativo di integrazione. Mio padre è di origini nigeriane, da qui il mio cognome, mentre mia madre è piemontese di Ivrea, dove sono nato. Spiegare l'integrazione è alla base di una società migliore, spazzare via i pregiudizi deve essere un concetto alla base dell'educazione".

Ma ti senti più nigeriano o piemontese?

"Ho la pelle scura, un cognome strano, ma sono italiano a tutti gli effetti come un qualsiasi Mario Rossi. Sono contento di essere cresciuto in un contesto multietnico e mutliculturale perché credo che la mescolanza sia un fattore di crescita importante".

La tua integrazione è stata favorita anche dallo sport, non tutti hanno questa fortuna...

"Mi sento fortunato ad aver sempre fatto sport, quando arrivi ad un certo livello poi hai la possibilità di girare il mondo e ti accorgi di come lo sport azzeri le distanze e crea in maniera rapida ed efficace integrazione tra le persone. Il colore della pelle non è mai un ostacolo"

Come è iniziata la tua carriera?

"Ho iniziato dal salto in alto ma poi ho dovuto cambiare disciplina, per cause di forza maggiore più che per scelta. Ho avuto problemi al ginocchio e così ho dovuto cambiare, adesso sono tornato ad allenarmi con costanza con l'obiettivo di raggiungere gli 8 metri e dieci che mi permettono di partecipare ai prossimi Europei, finora sono arrivato a 7,91, sono convinto di farcela". 

Prima avevi anche provato con il calcio...

"Si ma ero scarso, ho mollato subito!"

Il movimento italiano vive un momento non facile, soprattutto dopo i pessimi risultati agli ultimi mondiali, come si spiega? 

"Partiamo dal presupposto che l'atletica è lo sport più difficile in assoluto. Tutto deve essere perfetto, ogni particolare va studiato e curato nel dettaglio. Non ci si può permettere di tralasciare nessuna parte dell'allenamento, i centimetri si rosicchiano con l'abnegazione e la caparbietà, mollare anche solo per un momento può compromettere un'intera carriera. L'Italia vive un momento non facile ma noi abbiamo una percentuale di atleti molto bassa rispetto a tanti paesi, stiamo vivendo un cambio generazionale che fa fatica". 

Cosa intendi? 

"Adesso l'atletica italiana si può dividere in due fasce: gli atleti d'elite, che sono una spanna sopra ma vivono la parte finale della carriera, e tanti giovani che hanno ottime prospettive ma devono ancora dimostrare di avere talento, come il sottoscritto". 

Cosa manca all'atletica italiana?

"Credo ci sia carenza di tecnici preparati, quelli davvero in grado di fare la differenza. Senza parlare  delle strutture, per quello basta guardare tanti altri paesi. Un esempio pratico? Quando sono andato in Svezia per gli Europei 2013 nella sola Goteborg c'erano due piste indoor da 200 metri, in Italia ce le sognamo. Per questo motivo spesso gli atleti per allenarsi devono fare tanti chilometri"

E per quanto riguarda gli atleti? C'è troppo poco talento tra gli azzurri? 

"Non parliamo solo di talento, il discorso è più complesso. C'è una sostanziale differenza soprattutto nell'allenamento, ci sono tanti fattori. Diversi paesi più competitivi di noi hanno delle tecniche d'allenamento molto più dure, vengono usati molto i pesi e i potenziali infortuni aumentano. In Italia non ce lo possiamo permettere perché ci sono pochi atleti e vanno tutelati". 


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