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Ivan Zaytsev si racconta: la Dinamo Mosca, il piccolo Sasha e l'Italia

L'azzurro del volley ci parla in esclusiva dell'esperienza in Russia, tra tante novità e non poca nostalgia del nostro Paese

Ivan.Zaytsev

Cristina Marinoni

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"In Italia è pomeriggio, vero? Qui non si capisce mai che ore siano, c'è buio praticamente tutto il giorno!". La prima domanda dell'intervista la pone lo Zar, che si trova a Nighniy Novgorod, 400 km a ovest di Mosca, con i compagni della Dinamo per affrontare il Gubernia. "Tanto per cambiare siamo in trasferta: le distanze rendono gli spostamenti più pesanti. Questo è uno dei rari casi in cui il viaggio non è particolarmente faticoso, ci abbiamo messo 4 ore in treno", spiega.

L'avventura all'estero è più tosta di quanto ti aspettassi?
"Be', non è una passeggiata. Doppi allenamenti - quando esco dalla palestra nel tardo pomeriggio, sono così cotto che non ricordo nemmeno cosa ho fatto! - nessuna mattina libera, i continui trasferimenti: mi immaginavo un impegno duro, ma non così tanto".

Pentito della scelta?
"No, per niente. Sto imparando un sacco: il livello del campionato è altissimo e ci sono un sacco di talenti".

Eri arrivato a Mosca in condizioni fisiche non perfette a causa dell'infortunio rimediato ai Mondiali. Come stai?
"Per recuperare mi sono serviti oltre 3 mesi - alla faccia di chi sosteneva che fossi stato pessimista nella diagnosi - e la caviglia non è ancora al cento per cento. Come se non bastasse, mi sono fatto male all'altra. Risultato: entro in campo una partita sì e una no, carico di dosi massicce di antinfiammatori. Per fortuna la Dinamo possiede una rosa di atleti straordinaria altrimenti mi sentirei in colpa: club nuovo, campionato nuovo, ero partito con l'intenzione di mostrarmi subito al top della forma".

Un ricordo del match d'esordio?
"Avrei preferito cominciare diversamente; di sicuro non è stato un exploit. Spiego: sono entrato a tiebreak avanzato e, freddo, ho servito una bomba. A mezza rete. Game over. Una bomba secondo me, non per gli altri: i ragazzi poi mi hanno detto che avevo lanciato una palla terribile! Tra l'altro, era la prima partita in casa, contro il Belogorie Belgorod di Dragan (Travica, palleggiatore della Nazionale, ndr). Un debutto da incorniciare, insomma".

Il 2014 ha portato novità in famiglia, oltre che nel lavoro.
"E che novità! Il 31 ottobre sono diventato padre. Sono pazzo di Sasha: mangia, dorme tutta notte, è davvero un angioletto. Ora mi riconosce: da che cosa? Dai capelli! Succede così: mi guarda negli occhi, poi più in alto e comincia a ridere. Peccato non riesca a godermelo di più: resto fuori praticamente tutto il giorno".


Come te la cavi nei panni del papà?
"Abbastanza bene. Certo, non eguaglierò mai mia moglie. Ashling è una mamma super, pratica, premurosa, attenta, e una donna dalle risorse infinite: riesce persino a non trascurare me, nonostante l'impegno con il nano sia totalizzante. Anzi, è una forza della natura: a Mosca non ha amici, nessuno parla inglese, sta in casa da sola, tranne i periodi in cui le nostre mamme si alternano per darle una mano. Come se non bastasse, non abitiamo in centro ma nei paraggi della palestra come gli altri giocatori. Io, al posto suo, non so se riuscirei a reggere; mi sa che scapperei in Italia (ride, ndr)".

A proposito di Italia: cosa ti manca di più?
"Tutto. Dalle piccole cose - colazione al bar con caffè e cornetto rende bene l'idea - alle grandi, come gli amici. Poi il sole e il calore delle persone. E il nostro vino. Qui trovi ottimi ristoranti e supermercati rifornitissimi, ma le bottiglie lasciano proprio a desiderare e non ho resistito: me ne sono fatte spedire due casse!".


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