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"In Italia tanti casi di doping perché tanti test", parola di Malagò e Donati

La tesi del n°1 del Coni al Senato ("Siamo il secondo Paese per casi positivi a livello olimpico perché facciamo i controlli") condivisa dall'esperto Wada

Riferendo sullo stato di salute dello sport italiano in 7a Commissione al Senato, il presidente del Coni Giovanni Malagò ha affermato: "A oggi siamo il secondo Paese con il maggior numero di positività a livello olimpico. Questo dato si può leggere in due modi: o siamo un Paese che fa largo uso di sostanze dopanti, oppure che siamo un Paese che controlla, dove c'è un setaccio e una maglia e non si passa. Anche qui possiamo però crescere". 

A suffragare il fatto che l'Italia abbia tanti casi di atleti fermati proprio perché vi viene condotta una seria lotta anti-doping, ecco anche un'intervista di Panorama.it del settembre 2015 a Sandro Donati, consulente della Wada (World Anti-Doping Agency) e tra l'altro allenatore del "redento" Alex Schwazer.

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Italia maglia rosa del doping. Lo dice la Wada, l'Agenzia mondiale antidoping, che in una lista pubblicata sul suo sito internet (clicca qui per scaricare il documento) ha elencato i nomi di 114 medici e preparatori da tenere a distanza per non rischiare di finire nei guai (previste squalifiche da uno a due anni). Per il presidente Craig Reedie, la lista rappresenta "un chiaro messaggio agli atleti: non unitevi a individui che hanno infranto le norme antidoping perché potrebbero incoraggiarvi a imbrogliare il sistema, derubando i vostri colleghi". L'elenco degli impresentabili parla italiano. Oltre la metà delle persone messe all'indice dalla Wada ha infatti il passaporto tricolore. Per la precisione, 61 su 114. Possibile che così tanti malfattori dello sport abbiano domicilio a due passi da casa nostra? Per Sandro Donati, consulente Wada e da sempre in prima fila nella lotta al doping, la verità è un'altra.

"La presenza massiccia di nomi italiani - spiega il prof che ha deciso di seguire il ritorno alle gare di Alex Schwazer - dipende dal fatto che in Italia si fanno numerose indagini giudiziarie in materia di doping. Al contrario di quanto accade in molti altri Paesi, vedi Spagna, Francia e Inghilterra, dove le indagini rappresentano l'eccezione, non la regola. La lista in questione non è in alcun modo uno spaccato preciso di come stanno le cose. La Wada cerca di darsi un ruolo, ma in realtà è in una posizione sempre più debole, sempre più subalterna rispetto alle federazioni internazionali. I governi non hanno mai provveduto a darle una rappresentatività politica importante e la Wada fa del suo meglio per andare d'accordo con tutti. Se va avanti così, conterà sempre meno. Nel caso specifico, ha messo insieme i dati che le sono arrivati senza fare le doverose precisazioni".

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Nella lista Wada figura Michele Ferrari, ex preparatore, tra gli altri, di Lance Armstrong – Credits: GIORGIO BENVENUTI/ANSA/on

La conferma che l'autocertificazione nazionale fa acqua da tutte le parti.
"Certo che sì. Come dicevo, la Wada non ha l'autorità per dettare le regole del gioco e le federazioni nazionali e internazionali hanno ampi margini di libertà. La conferma l'abbiamo avuta in occasione delle liste diffuse dalla Iaaf (ndr, l'organizzazione che coordina le attività dell'atletica leggera a livello mondiale) con i nomi degli atleti da squalificare per doping a partire dai Mondiali di Helsinki del 2005. La Wada ha espresso subito dubbi circa l'affidabilità dei database della Iaaf, salvo poi fare marcia indietro non appena da quest'ultima hanno risposto per le rime. E' un dato di fatto: la Wada è diventata un ostaggio nelle mani dei poteri forti".

Problema di cui si discute da tempo: la Wada non è mai riuscita a ritagliarsi l'autonomia che potrebbe stravolgere in positivo le logiche dello sport internazionale. Per colpa di chi?
"L'Agenzia mondiale antidoping è nata per la volontà di alcuni governi e del Cio. Il Comitato olimpico internazionale aveva bisogno di un organismo che facesse da filtro, che si occupasse di questioni diverse dallo sport in senso stretto, consentendogli di continuare a fare il proprio mestiere senza subire più alcuna critica sull'andamento della lotta al doping. Mossa azzeccata. E i governi, che in un primo momento hanno supportato politicamente la Wada, si sono smarcati poco alla volta. Anche per venire incontro alle esigenze più o meno manifeste dell'opinione pubblica, che dallo sport si aspetta emozioni positive e nulla più. Il risultato di tutto questo? Un simil-antidoping. Che serve decisamente a poco e che reagisce con veemenza soltanto quando riceve denunce che provengono dall'interno del sistema".

La confessione di Beppe Bergomi ("sono preoccupato per i farmaci che mi hanno dato quando giocavo", ha detto l'ex calciatore alla tv della svizzera italiana) va in questa direzione?
"Proprio così. Ha detto la sua verità, ma immediatamente dopo ha cercato di contenere e precisare il senso del suo discorso. E questo perché avrà sicuramente ricevuto pressioni per rivedere almeno in parta i termini della sua confessione. Il suo è soltanto un esempio. In ambito di lotta al doping, tutto è lasciato al caso, se qualcosa non torna si sa quando va bene dopo molti anni. Vince la quotidianità, che con i suoi tantissimi eventi sportivi consegna il sorriso agli appassionati. Per le letture analitiche e approfondite, non c'è tempo. Meglio, non si vuole trovare il tempo perché va bene così un po' a tutti".

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