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Hockey in carrozzina: il goal di Fabio Merlino

Figlio di uno dei carabinieri morti a Nassiriya, ha fondato la Macron Viadana Warrios con cui presto giocherà in A2. Ecco la sua storia, non solo di sport

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Dario Pelizzari

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Il 12 novembre del 2003 l'Italia si è unita nel pianto. A Nassiriya, città di 600mila abitanti nel Sud dell'Iraq, un attentato ha mandato in frantumi la base italiana dei Carabinieri, provocando la morte di 28 persone. Tra loro, c'era il sottotenente Filippo Merlino, papà di Fabio, un bambino affetto da atrofia muscolare spinale di tipo 2. Un dramma nel dramma. Poteva essere per lui l'inizio di una disperazione senza fine, densa di rimandi e immagini che avrebbero spezzato il fiato di chiunque. E' stato invece il primo dolorosissimo capitolo di una storia che ha regalato a Fabio piacevolissime sorprese. Ora capirete perché.

Chi è Fabio Merlino?
“Un ragazzo di 24 anni diversamente abile, ma solo in apparenza. A causa della mia malattia sono infatti costretto a sedere su una carrozzina da quando sono nato, ma questo non mi ha mai impedito di fare tutto ciò che facevano i miei coetanei, a prescindere da quali fossero le difficoltà dovute alla patologia. Lavoro da tre anni per il Ministero della Difesa nella caserma di Viadana intitolata alla memoria di mio padre. E da nove anni pratico hockey in carrozzina elettrica”.

Come è nata la passione per l'hockey?
“Io e mio padre siamo sempre stati grandi appassionati di sport. Ogni domenica andavamo a vedere le partite di calcio del Parma, del Bologna e del Modena, le squadre della mia zona. E' capitato anche che di vedere tre partite nello stesso weekend, tre stadi in due giorni. Insomma, era una passione che ci univa. Un giorno gli dissi che avrei voluto praticare sport in prima persona e da allora si impegnò a cercare una disciplina che potesse fare al caso mio. L'idea dell'hockey partì da lui. Mi promise che al suo ritorno da Nassiriya mi avrebbe portato a Bologna per provarlo. Come sappiamo, ciò non è stato possibile. Dopo la tragedia, io e mia mamma abbiamo dovuto rivedere la nostra vita e per due anni ho accantonato il mio desiderio. Nel 2005 ero in ospedale per un'operazione alla schiena e il giorno prima di entrare in sala operatoria mi misi al computer a cercare i contatti per iniziare a giocare a hockey. Trovai il numero del presidente della Federazione e lo chiamai al telefono. Mi disse che stava nascendo una squadra a Parma, a venti minuti da casa mia. Nell'aprile del 2006 feci il mio primo allenamento: mi è cambiata la vita”.

In che modo?
“Sono sempre stato una persona molto attiva, ma l'hockey mi ha spronato a fare ancora di più. Sentirsi atleta è una cosa stupenda. E farlo a livello nazionale è un'emozione impagabile. I tanti sacrifici che ho fatto per praticare regolarmente questo sport sono stati ampiamente ripagati da quanto ho avuto in cambio”.

 

Lo sport aiuta chi lo fa, anche se sei in carrozzina. Consigli per gli indecisi?
“Lo dico a tutti: le barriere che ci poniamo davanti sono spesso mentali, non fisiche. L'hockey in carrozzina è adatto a tutti, soprattutto a chi è affetto da gravi patologie. E' inutile stare chiusi in casa a piangersi addosso e a dire 'no, non ce la posso fare'. La cosa più bella e utile è mettersi in gioco, buttarsi, almeno per provare. E chi lo prova realmente, sul serio, è difficile che smetta. Conosco un ragazzo che non usciva mai di casa. Passava giornate intere davanti al computer e non poteva fare a meno del respiratore. Bene, da quando ha iniziato a fare hockey non lo utilizza per giornate intere. Ripeto, fare sport è importantissimo per togliersi dalla testa quelle barriere che ti poni inutilmente. E poi, sentirsi atleti è bellissimo”.

Prima giocatore, poi presidente: perché?
“E' un'idea sulla quale io e le persone che mi sono vicino ragionavamo da tempo. Volevamo fondare una società che coprisse il vuoto sul territorio di Mantova e delle province limitrofe. La scorsa estate ci siamo detti, 'se non partiamo adesso, non partiamo mai più'. E così in quindici giorni abbiamo dato corpo al progetto. Il primo passo è stato coinvolgere Luca Mercuri, un ex giocatore del Varese con il quale mi ero confrontato diverse volte in campionato, anche in una finale scudetto. Gli ho lanciato la sfida, gli ho chiesto di iniziare con me a scrivere una nuova storia. Lui ha accettato con entusiasmo e da lì l'idea si è trasformata in realtà”.

Obiettivi e traguardi?
“Il primo scalino è stato superato: siamo riusciti a fondare la Macron Warrios Viadana. Il successivo sarà riuscire a dare alla squadra un approccio professionistico anche se in realtà siamo dilettanti a tutti gli effetti. Vogliamo che la squadra segua le logiche dell'hockey olandese, dove è uno sport molto seguito e popolare. Per stimolare ancora di più i ragazzi, per spronarli in modo sensibile. Gli obiettivi sul campo? Salire in A1, perché i ragazzi devono sentirsi atleti e avere ambizioni. Questa tendenza non sarà mai esasperata ma è giusto perseguirla. Tanti gli sponsor che hanno già deciso di aderire alla nostra iniziativa. Ma che soddisfazione quando la Macron ci ha proposto di diventare main sponsor e di unire il suo nome al nostro. Devo ammettere che non ci aspettavamo di raggiungere un traguardo così importante in meno di due mesi di attività”.

Sarà un presidente alla Zamparini, tutto fuoco e fiamme, o si riconosce più nell'approccio moderato di Thohir? Insomma, l'allenatore del Viadana può dormire sonni tranquilli?
“Seguirò un approccio bilanciato e allo stesso tempo concreto. E' giusto essere 'incazzoso' alla Zamparini, ma è necessario dare fiducia alle persone che fanno parte del nostro staff. Gli obiettivi ci sono, per carità, ma bisogna anche pensare che è un progetto nuovo, con elementi che soltanto col tempo troveranno il modo di giocare bene assieme”.

E' notizia di ieri: al tradizionale Gran galà dello sport di Forlì sono stati invitati due atleti paralimpici, che però non hanno potuto prendere parte alla serata perché il salone della premiazione si trova al termine di una lunga serie di scalini. Al di là della retorica, la strada per risolvere i problemi delle persone disabili è ancora piuttosto lunga. Almeno in Italia.
“Sicuramente, sì. In Italia non è ancora stato risolto il problema delle barriere architettoniche. Grazie all'hockey, ho avuto modo di vedere da vicino come vanno le cose in Olanda e in Spagna. Bene, da quelle parti non abbiamo avuto alcun problema a girare per le città. Le rampe c'erano per la strada e nei locali. Da quelle parti, non ti senti un disabile, tutt'altro. Ti senti perfettamente integrato nella società. Tuttavia, il vero problema di casa nostra non sono le barriere fisiche, bensì quelle mentali. Non sono ancora stati superati i tanti pregiudizi nei confronti delle persone diversamente abili e credo che questo sia vergognoso”.

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