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Giro d'Italia: Mortirolo, la salita che fece grande Pantani

Il 5 giugno del 1994 il Pirata scrisse su quelle strade uno dei suoi racconti più belli. Ecco perché è una delle prove più dure del ciclismo

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Dario Pelizzari

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Che siate ciclisti veri oppure pedalatori del tempo libero, molto divano e poco sudore, oggi non conta. Perché oggi il Giro d'Italia si arrampica sui tornanti da brivido del Passo del Mortirolo, a quota 1854 metri, un'impresa per pochi, uno spavento per moltissimi. L'evento nell'evento. Da seguire minuto per minuto per sentire sulla pelle le vibrazioni di una delle prove in assoluto più dure del ciclismo internazionale. Sì, al Mortirolo si scrive la storia. Chi arriva in cima prima degli altri si guadagna uno spazio di tutto rispetto nella memoria di questo sport. Tra gli applausi di colleghi e tifosi, pronti a intonare il canto all'indirizzo del vincitore. Nel rispetto di chi ce l'ha fatta e ora indossa i gradi dell'ex, ma anche di chi è rimasto nel cuore di tutti e da tempo osserva tutti dall'alto, esempio indelebile di talento e disgrazia, trionfo e menzogna. Già, ma perché? Perché il Mortirolo è entrato nel mito delle corse in bicicletta? Una salita è una salita, diranno gli appassionati del giovedì. Sbagliato. 

La differenza sta tutta nell'altezza degli scalini. Perché se è vero che la sedicesima tappa del Giro è una battaglia senza fine tra saliscendi impetuosi e rincorse verso il cielo, è al Mortirolo che si srotola la sentenza per conto della forza di gravità. Al Passo del Tonale, l'altra grande sfida di giornata, si sale per 15,3 chilometri, più del Mortirolo. Ma a cambiare, e non di poco, sono le percentuali, che stravolgono le dinamiche del confronto. Perché al Tonale la pendenza media è del 6,1% e la pendenza massima raggiunge il 10%. Altra storia rispetto a quanto prende forma un centinaio di chilometri più avanti. Al Mortirolo l'inclinazione media è del 10,9%, mentre quella massima tocca il 18%. Quasi il doppio. Senza contare le sfumature più o meno determinanti che possono incidere e non poco nel corso della salita. Perché il Mortirolo non fa prigionieri. Sbagli l'approccio e finisci a raccogliere margherite. Non hai scampo. Non puoi andare né piano, né forte. E' l'equilibrio che premia e divide. 

Dici Mortirolo e pensi a Marco Pantani, che il 5 giugno del 1994 salutò tutti e andò in fuga nell'ultima parte della salita, passando in vetta con 10' su Nelson Rodriguez, primo degli inseguitori. Miguel Indurain lo raggiunse in discesa, ma sulla pendenza di Santa Cristina il Pirata cambiò marcia e sigillò la vittoria. Tagliò il traguardo con 2'52" su Claudio Chiappucci e ben 3'30" su Indurain. Meraviglioso. Il suo racconto, quello di un uomo con una voglia grandissima di realizzare i propri sogni. "L'anno scorso ero appena un gregario di Chiappucci e Roche - disse il Pirata all'arrivo - era giusto rispettare gli ordini. Un male al tendine mi ha costretto al ritiro, ero 18° tre tappe prima della fine del Giro. L'operazione, una caduta in allenamento, mesi di trazione per rimettere a posto due costole schiacciate. Fu in quei giorni amari che promisi a me stesso: tornerai, Marco, al Giro, ma tornerai da protagonista". Così fu. In quell'edizione si classificò secondo, alle spalle del russo Evgenij Berzin. L'inizio della gloria, la fase uno della sua sconfitta, tra le ombre del doping e i fantasmi della depressione. Oggi al Mortirolo ci sarà anche lui. La scultura che lo raffigura a Piaz de l'acqua pronto allo scatto è un grido di dolore che non avrà mai fine. 

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