Un paio di mesi con Gianni Brera

Sergio Meda, amico, collega anzi, allievo di Brera ci parla deli giornalista scomparso 20 anni fa

Gianni Brera davanti alla sua macchina da scrivere (credits: archivi ansa)

di Sergio Meda (Direttore di www.sportivamentemag.it )

Di Gianni Brera sono stato, a metà degli anni Settanta, un assiduo compagno di viaggio. Un paio di mesi insieme, dapprima al Giro d’Italia, a maggio, poi alle Olimpiadi a Montreal, tra luglio e agosto del 1976. Lui mi trattava nobilmente da “coéquipier”, io ero ben lieto di fargli da “gregario”, o meglio “portatore d’acqua”. Il ruolo me lo aveva suggerito Mario Fossati, suo fraterno amico e collega di qualità: “Gianni è un fuoriclasse, devi aiutarlo a fare gol, servigli solo palloni giocabili”. Fuor di metafora – peraltro non ciclistica - gli dovevo procurare solo notizie di prima mano, lui le avrebbe usate a modo suo.

Dissi che mi stava bene, con un unico timore: Brera non mi dava soggezione, ma temevo di non andargli a genio. Del carattere non proprio celestiale mi avevano anticipato alcuni spigoli. Quando Fossati mi presentò a Brera, a casa sua, mi etichettò come “un uomo della legge”. Niente di che, avrei imparato che significava “senza grilli per la testa”.
Il debutto al Giro, le prime conversazioni in macchina, alla guida il fido Carletto Pierelli, furono solo investigazioni sul mio conto: le origini, la famiglia, le passioni, le letture. Brera ribatteva parlando di sé, soprattutto delle origini, dell’infanzia dignitosa ma povera, in quel di San Zenone Po. Rammento che si definiva “socialista per inclinazione”, per influenze paterne, ma lontano dagli apparati di partito. Craxi l’aveva dapprima illuso e poi deluso e nemmeno aveva ancora espresso il peggio di sé. In compenso mi chiamava “il giovane Meda” e mi aveva etichettato, senza scampo, come “un borghese”. Non era un complimento. A fine Giro ero diventato, bontà sua, “l’unico borghese che tollero”.
In realtà era un vezzo come altri che aveva, a partire dal dirsi povero. Non era “il principe della zolla”, non era vissuto negli agi, ma la sorella maestra elementare, lui stesso laureato a Pavia, non testimoniano certo l’indigenza di cui lamentava gli effetti. Forse non avrebbe tirato di boxe, che pure lo esaltava, e nemmeno avrebbe fatto del pallone una sperimentazione abortita solo per la guerra. Ricordo i suoi accenni al freddo, quello l’aveva patito, ma quanti in tempo di guerra erano stati al caldo? “I ricchi e quelli che facevano mercato nero, bastardi”. L’epiteto era riferito ai secondi.
Quando in quel Giro, terza tappa, lo spagnolo Santiesteban morì garrotato da un guardrail in Sicilia, dopo una banale scivolata, ricordo il suo pezzo, memorabile, a ciglio asciutto. L’attacco parlava di “un lavoratore morto nell’adempimento del suo dovere”. La chiusa era una scelta motivata e classica: “ti sia lieve la terra”. Non fosse per la crudezza dell’accaduto, sarebbe stato da consigliare nelle scuole.
Sul carattere c’è poco da inventare. Scorbutico è un complimento. Non gli andavano le smancerie, i salamelecchi – dottor Brera di qui, dottor Brera di là – ma spesso si vendicava, a torto, delle lusinghe. O forse gli andava di prendersela con chi non poteva reagire. Un episodio per tutti, di maleducazione, quando rischiammo le coltellate a Lago Laceno, in Irpinia, dopo aver assaggiato il vino bianco di un brav’uomo che ci ospitava in un albergo sui generis. Costui fremeva in attesa del  giudizio e si sentì dire da Brera “il suo vino è piscio di cavallo”. Ho in mente la faccia del brav’uomo, quella dei figli intorno a lui e il sospiro, prima di girare sui tacchi e andarsene. Una lezione di dignità.
Aveva il vezzo di dire che negli alberghi in Italia si mangia male e quasi voleva rifiutare la proposta di una giovane albergatrice in Val di Fassa che gli raccomandò il suo goulash “come lo faceva la mia povera mamma ungherese”. Si arrese all’idea ma non resistette alla voglia di mortificare l’interlocutrice dicendo la sua, a goulash appena assaggiato: “Temo che la sua mamma si stia rivoltando nella tomba”. Da cui le lacrime e una fuga, precipitosa, senza una parola. Per cinque giorni sulla macchina della Gazzetta, sino alla telefonata di scuse, “il giovane Meda” non parlò con il “vecchio maleducato”, come l’avevo ribattezzato.
Alle Olimpiadi a Montreal mi giocò un tiro dei suoi. Essendo per merito e non per anzianità “capo spedizione olimpica per la rosea”, decise di comunicare a tutti gli inviati (nove) e ai collaboratori (cinque, Candido Cannavò era tra quelli, lavorava per “La Sicilia” di Catania) che il suo posto lo avrei preso io, ventiseienne e alla prima esperienza olimpica. Si rischiò l’ammutinamento ma lui fu lapidario: “Dimostra di avere gli attributi, non farti mettere i piedi in testa da gente che non ti vale”. Gestione complicata, qualche servizio non fu pubblicato, i malumori si sprecarono, ma ne uscimmo vivi.
L’arrivo, a fine ottobre 1976, di Gino Palumbo chiamato a dirigere La Gazzetta, impose l’uscita – lui diceva la buon’uscita – immediata di Brera che definiva il giornalista napoletano “troppo per i miei gusti”. Com’è noto si erano presi a pugni (cominciò Palumbo) in tribuna stampa a Brescia. Di Palumbo, per altri un genio del giornalismo, aveva questa “alta considerazione” reputando didascalico in eccesso. Chiarisco: ogni volta che c’era il derby di Milano scriveva sul Corriere e poi sul Corriere d’Informazione, il giornale della sera, le indicazioni per raggiungere lo stadio di San Siro. Brera diceva allora serio serio: “prima o poi ripubblicherà l’alfabeto”. In compenso era geniale nel sottolineare che a ogni inizio di campionato, per stemperare gli animi, occorreva scrivere che solo una squadra avrebbe vinto lo scudetto e tre sarebbero retrocesse.
Con Brera ho imparato una miriade di cose, tra un bicchiere e l’altro di Barbaresco centellinato con grande sobrietà. Il salame non mancava mai a casa sua nelle notti trascorse, con altri, a fare sempre “due chiacchiere” che si moltiplicavano sino all’alba. Lì non c’erano gli adulatori, i finti fedelissimi, quelli che popolavano i “giovedì” al Riccione, ristorante dove celebrava, al contrario, la sua povertà di un tempo invitando il mondo intero. L’unico di classe sublime era il Tai Missoni, altri cercavano di sottrarre ad Alberto Ballarin, un giornalista un po’ inventato, il ruolo di “portaborsello con le pipe e il tabacco”. Non ci riuscì nessuno.

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