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Donati: "Doping di stato in Russia? Succede anche in altri Paesi"

Per il consulente Wada, sarebbe necessario allargare l'inchiesta sulle federazioni che hanno seguito gli stessi metodi di Mosca

Le accuse sono pesanti come macigni. E promettono di riscrivere una fetta importante dell'atletica internazionale degli ultimi anni. Sono stati presentati a Ginevra i risultati dell'inchiesta sottoscritta alcuni mesi fa dalla Wada, l'agenzia mondiale antidoping. Per la commissione indipendente guidata dall'ex vicepresidente del Cio, Dick Pound, la Russia avrebbe coperto, meglio, avallato per anni un sistema occulto che garantiva la liceità di controlli invero colmi di nefandezze. In Russia, lo spiega in modo chiaro il rapporto redatto da  Pound, il doping era una consuetudine da sostenere, non da debellare. Le richieste della commissione lo dimostrano: proposta la squalifica a vita di cinque atlete, quattro allenatori e un dirigente, e la cancellazione dell'accredito al laboratorio antidoping intenazionale di Mosca, sede e fortino di quella che sarebbe la più grande truffa ai danni dello sport mondiale dai tempi della Guerra fredda. 

 

"Il marcio è venuto a galla grazie al lavoro di un bravissimo giornalista del canale tedesco Ard, Hajo Seppelt, che ha lavorato a lungo per scoprire le ramificazioni internazionali del doping - spiega a panorama.it Sandro Donati, consulente Wada e allenatore da qualche mese dell'olimpionico Alex Schwazer - E anche per le ammissioni di una coppia di atleti russi, che hanno cominciato a parlare della situazione dello sport nel loro Paese. Dopodiché il merito va pure alla Wada, perché ha saputo raccogliere queste testimonianze e proporle al pubblico con una buona dose di coraggio, ma non dobbiamo dimenticare che tutto è nato da un'indagine giornalistica. Chi ci può garantire che senza quest'ultima, se ne sarebbe parlato lo stesso?".

"I vertici governativi non potevano non sapere", ha spiegato Pound a Ginevra. Lo crede anche lei?
"Non v'è alcun dubbio. Si parla di un doping generalizzato che ha coinvolto un'intera squadra di marciatori, seguiti da un tecnico che nel corso della sua carriera aveva avuto una trentina di precedenti. E' chiaro che tutti sapevano. Anche in ambito politico. Temo però che la Russia possa trovare il modo di giustificarsi almeno in parte se sulla scia di quanto è emerso dal rapporto della Wada non si approfondiranno le responsabilità di altri Paesi".

Tutto partì da un database...
"Esattamente. Un database gigantesco in cui la Iaaf aveva raccolto i controlli ematici di tutti gli atleti tesserati dal 2001 a oggi. Venne sequestrato dalla Procura di Bolzano a un medico italiano che collaborava con la Iaaf. Nel database si faceva riferimento a un numero decisamente alto di casi che meritavano di essere indagati dalle autorità competenti. Come è noto, il braccio destro del presidente dell'Associazione internazionale dell'atletica andava in giro con questo file nella valigetta proponendo la copertura agli atleti in odore di investigazione in cambio di denaro. Quel database rappresenta la mappa utile per andare fino in fondo, per fare chiarezza una volta per tutte. Perché la Russia è certamente coinvolta in un doping generalizzato, ma non è l'unico Paese che andrebbe sanzionato".

Qualche esempio?
"Il Kenya, prima di tutto, in maniera massiccia. E poi i Paesi nordafricani e alcuni stati dell'Est Europa. Ma anche la Spagna è coinvolta in modo importante".

Senza l'appoggio della Iaaf la Russia avrebbe potuto portare avanti un simile progetto?
"Certo che no. La Russia aveva degli interlocutori all'interno dell'associazione e non avrebbe potuto essere altrimenti. Queste persone, indagate dalla magistratura francese, esercitavano veri e propri ricatti nei confronti di atleti coinvolti nel doping. La posizione iniziale del nuovo presidente dell'Associazione mondiale dell'atletica, Sebastian Coe, era poco condivisibile. Accusava la stampa di perpetrare massacri gratuiti all'indirizzo della Iaaf. Ora le cose sembrano cambiate. Ha detto che vuole creare una commissione indipendente per fare luce su quanto è emerso dall'inchiesta. E credo che questo sia un punto chiave per una possibile svolta nella lotta al doping. Speriamo che non torni sui suoi passi".

La Wada ha chiesto la sospensione della Russia dell'atletica alle prossime Olimpiadi del 2016. Decisione giusta o necessaria?
"E' una decisione che segna il confine tra il prima e il dopo. Tra quanto è stato per anni e quanto non dovrebbe più essere. Sì, credo che sia giusta. Per combattere il doping occorre andare alle radici. Finora si è sminuzzata la problematica perseguendo le responsabilità del singolo atleta. Ma non è sufficiente. Perché dopo qualche anno, l'atleta passa, ma i medici e i dirigenti che governano le strutture dello sport nei diversi Paesi rimangono al loro posto per molto più tempo. E qui si nasconde il problema più grande: la Wada prevede sanzioni soltanto per gli atleti, non per le federazioni e i comitati olimpici internazionali. Per cambiare le cose, bisogna partire da qui, da questa riforma".

Se venisse cancellata la Coppa del mondo di marcia in programma in Russia nel maggio 2016, Schwazer potrebbe non avere la possibilità di guadagnarsi il pass olimpico. E' preoccupato?
"Se la Coppa del mondo non si dovesse tenere in Russia, verrebbe organizzata da un'altra parte, non penso che venga cancellata. Dico la verità, preferirei che Schwazer incontri i migliori al mondo per dimostrare quanto vale. Lui vorrebbe così e io che lo seguo da vicino sarei felice che riuscisse nel suo intento, perché lo merita. Ma è una decisione, quella della Wada, sulla quale non mi sentirei di intervenire. Se gli atleti russi hanno sbagliato, è giusto che paghino".

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