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Cova, Pd: "La svolta Coni-Nas sul doping è un grave errore"

Secondo il deputato, "siamo di fronte a un evidente conflitto controllore-controllato nello sport. Malagò rispetti la legge"

Roma 2024: Malagò, anche Sei Nazioni può dare contributo

Dario Pelizzari

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Lotta al doping in Italia, pronta la “svolta epocale”. Parola del presidente del Coni, Giovanni Malagò, che martedì scorso, durante un convegno organizzato dall'Istituto Superiore di Sanità sul tema “La tutela della salute nelle attività sportive e la lotta al doping” ha annunciato la firma di un accordo quadro con i carabinieri del Nas (nucleo antisofisticazioni e sanità). L'accordo, che sarà presentato ufficialmente a Roma il prossimo 9 febbraio, prevederebbe la collaborazione diretta del Nas nei controlli a sorpresa agli atleti. Tra coloro che si sono opposti con più veemenza al nuovo corso del Coni, c'è il deputato del Partito democratico Paolo Cova, che stamane presenterà una risoluzione alla commissione Cultura della Camera per “chiedere il rispetto della legge”.

Cova, cosa non la convince della svolta Coni-Nas?
“Siamo di fronte a un evidente conflitto controllore-controllato. I carabinieri del Nas devono rispondere soltanto alla Magistratura, non al Coni. E' successo a Bolzano, potrebbe capitare ancora: cosa accadrebbe se un magistrato chiedesse ai Nas di aprire un'indagine antidoping sul Coni se i Nas dipendessero in qualche modo dallo stesso Comitato olimpico? E' come se Confindustria, per tutelare le proprie aziende in ambito di problemi sul posto di lavoro, assumesse gli ispettori del lavoro. Dov'è la terzietà?”

Perché a suo parere Malagò ha deciso di procedere in questa direzione, di fatto riprendendo una proposta che i Nas avevano già fatto ai tempi della gestione Petrucci?
“Le rispondo con un'altra domanda. Perché la Procura antidoping del Coni non ha preso alcun provvedimento sui 38 atleti che non avevano presentato i moduli del forum sulla tracciabilità? Perché ha convocato gli atleti in questione soltanto il giorno dopo l'interpellanza parlamentare? Non vorrei che per non cambiare niente abbia cercato di trovare una soluzione alternativa”.

Quale crede avrebbe dovuto essere la strada da seguire per cambiare in positivo l'inerzia della lotta al doping?
“C'è solo una strada, l'accettazione da parte della Repubblica italiana del codice Wada. L'Italia ha sottoscritto un protocollo che dice che ci deve essere un'agenzia Wada nel nostro Paese. Non è stato fatto. E' stata invece fatta una scelta di salvaguardia, prevista nel caso uno stato non fosse pronto ad avere sul proprio territorio un'agenzia operativa. Al suo posto, nel frattempo, le funzioni di controllo della Wada sarebbero passati al Comitato olimpico nazionale. Peccato che nelle altre nazioni i comitati olimpici siano completamente indipendenti dalle federazioni, mentre in Italia non è così. Dunque, è stata fatta una salvaguardia disattendendo la terzietà. E dopo 7 anni non è ancora cambiato niente”.

Eppure, la sensazione è che a maggioranza di Governo della quale lei fa parte abbia scelto di appoggiare l'idea di Malagò. Dopo la stretta di mano su Roma 2024, c'è chi dice che tra Matteo Renzi e il presidente del Coni sia iniziata una collaborazione a oltranza.
“Il Governo non si è ancora espresso ufficialmente in questo senso, se ci sono dichiarazioni che dimostrano il contrario le voglio vedere. In Italia c'è una democrazia parlamentare. Se il Parlamento darà un'indicazione in merito al Governo, quest'ultimo dovrebbe accettarla e farla sua”.

Pensa che il presidente del Coni abbia scelto di muoversi in questa direzione senza prima aver chiesto l'appoggio di Renzi?
“Io dico che a Malagò conviene seguire la strada della terzietà. Meglio per lui. Ha detto di essere una persona in buona fede. Bene, allora rispetti la legge. Non c'è altro. E questa è una riflessione che dovrebbero fare anche i Nas”.

Conferma che oggi presenterà una risoluzione in commissione Cultura alla Camera?
“Sì, presenteremo una risoluzione che impegnerà il Governo a far sì che venga rispettata la legge, chiedendo che il Coni, che finora ha vissuto in deroga alla deroga, faccia scelte diverse, e istituendo un'agenzia terza con compiti ben definiti in tema di lotta al doping. I deputati che hanno deciso di sottoscriverla? Non li ho ancora contati, ma non escludo ci siano sorprese”.

Cova, perché ha deciso di far sua questa battaglia? Qual è il legame tra lei e lo sport?
“Io sono un maratoneta, finora ne ho corse 66. Nel novembre scorso, sono rimasto scandalizzato per la convocazione della Cento chilometri del Passatore, quando Giorgio Calcaterra (ndr, campione in carica della manifestazione) ha difeso l'onorabilità della nazione italiana dicendo che chi è dopato o arriva da quel mondo non deve vestire la maglia azzurra (ndr, leggi qui la lettera aperta scritta dall'atleta per spiegare le proprie ragioni). Vero, ognuno di noi commette errori e a tutti va concesso il diritto di redimersi. Però far vestire la maglia della Nazionale a chi ha fatto un errore così grande, no, non credo sia giusto. Ho cominciato a informarmi in merito e ho scoperto che il sistema del doping in Italia fa acqua da tutte le parti. La prima grande sorpresa? Apprendere che non è vero che in tutte le competizioni avviene l'esame antidoping per l'Epo. E questa è una situazione grave. Credo che anche eticamente sia corretto porre un termine a tutto questo. Se la nostra Nazione vuole svoltare, deve farlo anche sotto l'aspetto sportivo”.

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