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Doping nel ciclismo, l'hall of fame della vergogna

Armstrong ha confessato ad Oprah l'uso di doping ma è soltanto l’ultimo grandissimo a cadere nella rete

Lance Armstrong avrebbe confessato ed ammesso l'uso del doping (Credits: Riccardo S. Savi Getty Images)

"Si, è vero, mi sono dopato. Ho fatto uso di sostanze proibite". Sarebbero più o meno queste le parole pronunciate nella famosa intervista esclusiva di Lance Armstrong rilasciata ad Oprah Winfrey e che verrà trasmessa dopodomani. Una confessione ina parte attesa e che getta un'ombra nera sul mondo del ciclismo.

Categoria: doping nel ciclismo. Wikipedia Italia gli dedica addirittura un archivio che raccoglie un centinaio di nomi di professionisti delle due ruote che in modo diretto o indiretto avrebbero (il condizionale è d’obbligo quando si ha a che fare con la pelle delle persone) fatto uso di sostanze dopanti. In rigoroso ordine alfabetico, perché non scappi nessuno e sia più facile la consultazione.

Da Igor Astarloa Askasibar, basco di San Sebastian, campione del mondo in linea nel 2003, che nel maggio del 2008 venne licenziato dal Team Milram per “valori sanguinei irregolari”, ad Alex Zülle, lo svizzero oro a Lugano 1996 nella cronometro e due volte vincitore della Vuelta che nel 1998 ammise di aver preso dell’Epo per andare più forte e sentire meno la fatica. Manca ancora Lance Armstrong, che ieri l’Uci ha cancellato letteralmente dalla storia del ciclismo con dichiarazioni che hanno fatto il giro del mondo e pure di più (“non ha più posto nel ciclismo”). Questione di ore, forse di minuti. Poi ci sarà anche l’ex 7 volte ammazzaclassifica al Tour de France nella hall of fame della vergogna.

Non si salva proprio nessuno dal triste elenco che riporta i guai del ciclismo internazionale alle prese con un desiderio di pulizia che non trova purtroppo conforto nei numeri e probabilmente nelle possibilità delle misure antidoping, che per definizione risultano essere sempre un passo indietro rispetto all’evoluzione nei sistemi per fregare il prossimo. Pensi a un campione e tac, le possibilità che anch’egli sia stato beccato con le mani nella marmellata sono altissime. Per lo sconforto dei tantissimi appassionati che ormai seguono le corse con il sospetto che tanto alla fine qualcosa cambierà. Che prima o poi il vincitore sia fermato dalle autorità sportive per l’ennesimo caso di doping.

Qualche esempio? Detto di Armstrong, un fuoriclasse della bicicletta, il signor “7 Tour de France”, roba da mettersi le mani nei capelli per i risultati che ha messo da parte in carriera (tra le altre cose, è stato medaglia d’oro a Oslo nel 1993 e forse è questo l’unico trofeo che gli rimarrà in bacheca dopo la sentenza dell’Uci), cosa dire di Alberto Contador, tripla corona per aver vinto almeno una volta tutte e tre i grandi giri europei (Francia, Italia e Spagna), squalificato dalla giustizia della Federciclo mondiale nel febbraio 2012 per aver assunto del clenbuterolo un paio di anni prima nel corso del Tour de France?

Due tra i più grandi ciclisti degli ultimi 10 anni stesi al tappeto con sentenze inappellabili che li condannano all’infamia eterna. Come se nel calcio, la stessa sorte fosse toccata a Messi e Ibrahimovic. Un mezzo disastro, quasi una rivoluzione. Per prospettive ed effetti a medio e lungo termine. E non è  finita qui. Perché se è vero che le stelle più luminose sono cadute, anche molte altre hanno lasciato il loro posto nel cielo. Con qualche eccezione, che merita però un passaggio a parte.

Stiamo parlando di Marco Pantani, messo all’indice nel 1999 per via di un valore di ematocrito al di sopra del consentito e poi scivolato nella depressione che l’ha condotto alla morte qualche anno più tardi. Il doping miete vittime prima, durante e dopo. Armstrong dichiarò in seguito che Pantani è stato il più grande scalatore di sempre. Aveva ragione. Doping o non doping, il Pirata era imprendibile quando la strada cominciava a salire. Ma quanto è difficile tracciare il confine tra lecito e illecito, tra campioni e apprendisti stregoni. Un titolo sui giornali può spezzare in due la carriera di uno sportivo. Prima ancora che venga giudicato colpevole dalle autorità competenti.

Si diceva dell’elenco dei ciclisti invischiati a vario titolo nelle cose del doping. Sono così tanti che citarli tutti sarebbe impossibile. Tuttavia, è sufficiente fare qualche nome per comprendere quanto sia devastante l’impatto dell’illecito (o del presunto tale) in uno sport che fa fatica a ritrovare la credibilità di un tempo. E’ una lista da brividi, e quanti gli italiani: Michele Scarponi, Filippo Simeoni, Jan Ullrich, Alejandro Valverde, Aleksandr Vinokurov, Richard Virenque, Bjaarne Riis, Riccardo Riccò, Davide Rebellin, Leonardo Piepoli, Alessandro Petacchi, Floyd Landis, Stefano Garzelli, Danilo Di Luca, Ivan Basso, Francesco Casagrande.

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