Dalla Terra del Fuoco all'Alaska, a piedi: George Meegan racconta la sua “Grande Camminata”

L'esploratore inglese pubblica per Mursia il diario della sua impresa: 2500 giorni, senza un dollaro in tasca, alla scoperta delle Americhe

George Meegan

“Ho consumato dodici paia e mezzo di scarpe, per passare i continenti. Scarpe italiane”. Parola di George Meegan, il più grande camminatore della storia. L'esploratore inglese è un vero fenomeno: è entrato nel Guinness dei Primati per aver percorso a piedi le Americhe, da Cile all'Alaska, dove ha deciso di vivere insieme alla moglie giapponese e ai figli.

A distanza di anni, Mursia pubblica “La grande camminata”, il diario dell’attraversata da lui compiuta in 2.425 giorni, tra il 1977 e il 1983: un testo conservato alla Libreria del Congresso di Washington e adottato in numerose scuole anglosassoni, che racconta di un viaggio straordinario effettuato a costo zero. “Non ho mai accettato soldi”, ci spiega, “solo venti dollari in una tazza da tè donati dalla famiglia del presidente Carter.”

Per quale motivo?

Ho viaggiato senza denaro per essere come le persone intorno a me e ho sempre avuto quel che mi serviva: aiuto, cibo, acqua, ospitalità... Io credo che se vivi in armonia col mondo avrai sempre quello che ti serve. Di recente con la mia famiglia ci siamo spostati da New York in autostop fino all'Alaska, solo grazie alla gentilezza delle persone.

La sua “grande camminata” è avvenuta trent'anni fa. Come mai la leggiamo solo ora?

E' stata una sorpresa anche per me, scoprire che Mursia voleva pubblicare questo mio testo qui, adesso, a distanza di anni. Ma non mi stupisce, la mia testimonianza ha avuto vicissitudini letterarie travagliate ed è uscita in Giappone e Usa ma non ancora in Inghilterra, per esempio. Ad ogni modo sono felice di consegnare questo racconto all'Italia. Un Paese così pieno di bellezza, di storia, di cultura...

La sua narrazione non è datata?

Questo viaggio è avvenuto molti anni fa, ma è sempre nuovo anche per me, nonostante sia del passato. Perché riguarda l'anima e i cambiamenti che vive l'anima viaggiando a lungo in posti nuovi, sconosciuti. Ho consumato dodici paia e mezzo di scarpe, per attraversare i continenti. Scarpe italiane!

Come le è venuta l'idea di viaggiare a piedi per le Americhe?

La storia del passaggio tra continenti è molto antica e contempla le azioni di uomini come Livingstone, Stanley... Mi ha sempre affascinato. L'idea nel concreto mi è venuta quando ero nella British Army dove sono stato per sette anni. Notavo che le navi della Marina in partenza da Londra ci mettevano tre settimane per arrivare al sud dell'Africa. Camminando velocemente, alla stessa velocità delle imbarcazioni, 24 ore su 24, io ci avrei messo praticamente lo stesso tempo. Se pensiamo così alle reali dimensioni del pianeta scopriamo che il nostro è un piccolo mondo.

Così ha realizzato la “grande camminata.” E' stato faticoso?

Si può fare. E pensare che quando ero piccolo avevo le ossa delle gambe deboli: mangiavo del pane rinforzato col calcio per fortificarle. Ma quando andavo a piedi a fare la spesa per mia mamma, nel caldo dell'estate inglese, mi chiedevo già come poteva essere fare due passi nel deserto. Ho sempre avuto la curiosità dello scopritore.

E cosa ha scoperto, viaggiando?

Ho visto posti bellissimi, ma soprattutto mi sono innamorato della bellezza delle persone. Gente che vive lottando ogni giorno. Vedendoli capisci che una vita senza lotta è una cosa di seconda classe, non è vera vita.

E poi?

Quando viaggi ti senti “stranger in a strange land”. Ma in ogni posto ti chiedono sempre quando puoi tornare a trovarli. Giri l'angolo e sei solo, e ti senti “affamato”, voglioso di fare nuove conoscenze. Le persone sono così amabili....Ho imparato che bisogna sempre tenere la porta aperta: non sai mai cosa c'è dietro, ma è saggio non avere paura.

Non ha mai avuto problemi, con il prossimo?

Quando sono andato in Messico, arrivato nel cuore della notte, avevo molto timore di incontrare persone pericolose. In realtà non ho avuto problemi neanche lì: ci si spaventa ma quasi sempre le relazioni con chi si incontra sono amichevoli. Solo verso la fine del viaggio è accaduto qualcosa. Sentivo già l'odore del canale di Panama, quando una sorta di Mike Tyson armato di coltello mi si avvicina. Voleva uccidermi, ma sono stato salvato da Diego, un membro della guardia nazionale. Così sono potuto tornare dalla mia bella moglie giapponese.

Moglie che ha visto due volte, in quegli anni, e che per due volte ha messo incinta

Già (ride). Mio fratello mi ha regalato dei preservativi: “continui a far figli e sei senza soldi”, mi ha detto. Ha ragione, anche se io credo che i bambini siano un tesoro a prescindere e che, visto che non conosciamo il nostro futuro, non dobbiamo avere paura ma speranza.

Come è stato percepito dalle popolazioni del sud America, durante la sua lunga e strana camminata?

Quando giro per il mondo sono sempre una sorta di ambasciatore dell'Inghilterra. Ma io mi sento soprattutto un ambasciatore di sogni. Una volta, nella giungla, sono stato insieme ad alcuni indigeni a fumare insieme a loro una strana pipa. Mi hanno detto “in realtà, tu vieni dalla Luna.”

Un bel complimento. E lei come ha trovato i “selvaggi”?

Ho incontrato molte popolazioni indigene e mi sono interrogato su cosa significhi il termine “civilizzazione”.

Cosa ha pensato?

Le racconto un aneddoto. Ero in una casetta in mezzo alla giungla. Dentro, c'erano i due proprietari, marito e moglie, che facevano l'amore. Sono uscito per il caldo e perchè gli insetti non mi davano tregua, e sono piombato nell'oscurità della giungla. Era prima mattina. Ad un certo punto un uomo dipinto di rosso è comparso dalla giungla. Ho pensato: lui è primitivo? O sono primitivi i miei ospiti, che stanno facendo l'amore?

Ha avuto compagni di viaggio, o si è mosso sempre da solo?

Ho avuto qualche altro compare occasionale, come un ragazzo colombiano, col quale ho diviso l'impermeabile, e che ho scoperto essere il figlio di un ambasciatore. Una parte del viaggio l'ho fatta con mia moglie.

Qualche mese insieme. Eravate in Argentina...

Si, all'epoca della guerra civile e del regime fascista. Ci sposammo a Mendoza e alla festa di nozze fecero irruzione i militari. La regione era pericolosa, facevano molti rapimenti e noi avevamo paura. Trovammo l'aiuto di un ambasciatore tedesco, che ci disse di contattarlo per ogni emergenza. Poi mia moglie è ripartita e l'ho rivista solo alla fine del viaggio, a Panama. Subito non l'ho riconosciuta perché era in mezzo a dei turisti giapponesi e non la ricordavo più così “orientale.”

Le è mancato qualcosa, durante la traversata?

Dopo un po' di tempo, ho desiderato follemente del fish & chips. Per questo sono 100% inglese!

Ora è tornato a casa. In Alaska, non nella natìa Inghilterra. Come mai?

Perché l'Alaska è un posto meraviglioso, ci sarebbe un libro da scrivere su quella regione. Ma sarebbe un'altra storia, anche se la naturale continuazione delle altre...

Ora cosa bolle in pentola? Sta preparando altre imprese?

C'è l'idea di realizzare un film partendo dalle mie esperienze. Sono recentemente andato a New York, città che non amo, proprio per questo. Ma sarà difficile...

Visto che ha girato mezzo mondo a piedi, può dare ai nostri lettori un consiglio sull'”erare per il mondo”?

Come sostiene la saggezza popolare, “meglio viaggiare soldi che male accompagnati”. Se qualcuno mi dice: “viaggerò con la mamma”, rispondo: “è la tua vita!” (ride) In realtà, consiglio a tutti di muoversi prima di sposarsi, magari con la persona che si ama. Scoprire insieme le cose e affontare gli inevitabili problemi è un bel modo per capire se si è fatti l'uno per l'altra.

Valerio Venturi

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