Elia Viviani: "La pista è la miglior scuola di ciclismo"

Di nuovo campione europeo, l'uomo della Cannondale spiega perché consiglia ai giovani di correre anche indoor. E invita i tifosi a Montichiari

Elia Viviani, 24 anni, veronese, qui in piena azione su pista, corre su strada per la Cannondale Pro Cycling. (Credits: Ansa)

Paolo Corio

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Un velodromo, quello olandese di Apeldoorn, due titoli europei di ciclismo su pista per Elia Viviani: quello nella corsa a punti, in cui si è riconfermato il migliore del Continente, e quello nell'Americana in coppia con Liam Bertazzo. Se volete applaudirlo di persona, l'appuntamento è sino a sabato prossimo al Velodromo Fassa di Montichiari, in provincia di Brescia, dove Elia sarà di nuovo a macinare km durante i Campionati italiani per sfruttare il momento d'oro, inteso come metallo delle medaglie ma anche come stato di forma. 

Una perfetta condizione fisica ottenuta proprio grazie agli ultimi impegni su strada: "Malgrado i problemi di fuso orario, i 5 giorni di gara in Cina per il Giro di Pechino sono stati fondamentali per avere poi una marcia in più in Olanda, dove la soddisfazione del riuscire a riconfermarmi campione europeo è stata davvero grande", afferma lo stesso Elia, che sin da juniores alterna strada e pista, raccogliendo successi in una specialità del ciclismo che da noi è purtroppo sempre meno seguita.

Ci racconti il mondo della pista al di là dei nostri confini?

"Profondamente diverso, fatto di palazzetti strapieni di gente: i biglietti vanno prenotati in anticipo, mentre da noi ti ritrovi con gli impianti mezzi vuoti anche quando l'ingresso è gratuito... Il massimo è correre in Inghilterra e anche in Australia, dove tra l'altro - per motivi di clima ma anche di sicurezza - i ragazzini possono fare solo ciclismo su pista fino ai 12-13 anni, passando solo dopo alla strada. Se proponessi di farlo a un ragazzino in Italia, ti riderebbe in faccia, ma in realtà è una mossa vincente. In pista sei con una bici a scatto fisso e senza freni: impari a controllarla sul serio, a gestire la velocità e schivare gli avversari. Una palestra perfetta per fare esperienza e sviluppare la tecnica migliore".

Altri fattori che ti fanno amare ancora oggi la pista, pur essendo ormai un affermato professionista su strada?

"La vicinanza del pubblico regala emozioni uniche: quando corri su strada le provi magari solo negli ultimi 200 metri e dopo che hai faticato per 200 km, mentre lì il tifo è costante e l'adrenalina è quindi sempre al massimo. Tornando ai più giovani, cadere in pista è poi sicuramente molto meno pericoloso che farlo sull'asfalto, con i rischi legati ai marciapiedi e al traffico. Inoltre, credo che la pista sarebbe strategica per avvicinare al ciclismo anche i bambini delle metropoli".

A Milano, a questo proposito, c'è ancora aperta la questione del Vigorelli...

"Io dico sempre che - anche se ristrutturato così com'è - non potrebbe essere utilizzato per gare ufficiali, avendo una pista lunga 400 metri anziché i 250 previsti dal regolamento, ma potrebbe comunque ospitare kermesse come la 'Sei Giorni' e soprattutto potrebbe essere strategico per avere una vera scuola di ciclismo a Milano. Con l'ulteriore vantaggio che, pescando in una base numericamente più ampia, il nostro movimento potrebbe anche scovare qualche campioncino in più".

Nell'attesa, quali sono invece i tuoi programmi futuri?

"Dopo i Campionati italiani di Montichiari andrò a Manchester per la tappa di Coppa del Mondo: un velodromo con 10 mila spettatori a sera, tutti entusiasti e super-competenti, un ambiente davvero unico dove correre. Poi sarò di nuovo a Montichiari il prossimo 9 novembre per il Campionato europeo dietro Derny: mi hanno chiesto di esserci per invogliare il pubblico e lo faccio volentieri, ma posso assicurare che la finale a nove su 200 giri è un evento spettacolare di per sé. Dopo il quale mi fermerò e inizierò con la mia squadra, la Cannondale Pro Cycling, a programmare la prossima stagione".

Hai già un obiettivo?

"Quello di vincere una tappa al Giro d'Italia, visto anche che sulla carta nel 2014 prevede 8 arrivi in volata contro i 5 della scorsa edizione".

Sei d'accordo con chi l'ha definito un Giro "più umano"?

"Da velocista che fa fatica in salita sicuramente sì... Scherzi a parte, credo che la ricerca dell'estremo - a partire dal fissare l'arrivo in vette a rischio neve - finisca solo per rovinare lo spettacolo".

E magari anche per spingere verso il doping. Al proposito, tu credi che il ciclismo riuscirà davvero a rifarsi un'immagine?

"Io penso proprio di sì, e per effetto di norme sempre più dure: se oggi sbagli, paghi per una vita, e non solo in termini di squalifica. Il contratto della Cannondale prevede ad esempio che se vieni scoperto a usare sostanze illecite, la squadra può chiederti i danni e tu devi restituire 3 volte il tuo stipendio... Ci sarà sempre qualcuno che proverà a barare, ma siamo sulla buona strada perché sia sempre più un caso isolato". 

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