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A Klagenfurt, quando il beach volley porta la spiaggia in Austria

Il racconto della tre giorni di campionati europei tra pallavolo, sabbia, spettacolo e l'exploit degli italiani

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Teobaldo Semoli

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Ondeggiano nell’aria a ritmo di musica (ma anche di muri e schiacciate) le mani degli ottomila spettatori del campo centrale di Klagenfurt, cittadina dell’Austria Carinzia che per una settimana l’anno si trasforma nella "capitale" del beach volley. In gioco c’è la vittoria del campionato europeo di specialità, nonché della quarta tappa delle Swatch Major Series. 

Sì, in Austria hanno portato la spiaggia anche se di acqua c’è solo quella gelida e cristallina del lago Worthersee; c’è anche Swatch, per l’appunto, tornata al beach in grande stile (con un orologio dedicato, lo Swatch Touch One Zero, e un'organizzazione al limite del maniacale..) dopo aver creduto nello sport californiano sin dagli albori e avendo contribuito a promuoverne il lifestyle e lo spirito, così diverso da quello di tante altre discipline al di qua dell'oceano – i giocatori si salutano con un “low five” a ogni cambio di campo, per dirne una.. –.

 

A Klagenfurt sono arrivati anche i migliori atleti continentali, uomini e donne, quasi tutti ex giocatori indoor che per vari motivi hanno deciso che la sabbia dovesse diventare il loro habitat naturale. Tra questi ci sono Joana Heidric e Nadine Zumkehr, entrambe nate e cresciute tra le montagne svizzere, prima di incontrarsi – è Nadine che ha chiesto di giocare col suo idolo Joana, di 5 anni più grande.. – sul campo di beach volley. Un classico.

Per il torneo maschile le sagome dei beniamini di casa Doppler e Horst sono disseminate in svariate parti della città. Il primo (Doppler) è lunghissimo (siamo oltre i 2 metri); l’altro è piccoletto (si fa per dire), come è tipico delle coppie del beach volley: uno riceve e comanda il gioco, l’altro schiaccia e va a muro, quando il punto lo permette. Entrambi mi raccontano di essere migrati sulla sabbia proprio per poter partecipare al torneo di Klagenfurt: “troppo bello, troppo importante”, più di molti tornei indoor. E i motivi sono tutti lì da vedere.

Al di là della location, tirata su in una manciata di giorni per l’occasione con i posti esauriti per gran parte della tre giorni di gare, lo spettacolo è costruito ad arte, in ogni minimo dettaglio. Oltre la musica – la dance un po "tamarra" che piace tanto ai teutonici – e le mini coreografie che accompagnano ogni punto, pausa, cambio di campo, tutte le occasioni sono buone per dare spettacolo ­­– c’è anche la richiesta di matrimonio del secondo al primo giudice, con tanto di “Ja” finale sulle note di “All of you” di John Legend –.

Il format della competizione fa il resto: si gioca al meglio di tre set, i primi due ai 21 punti, il terzo ai 15. Le regole sono simili a quelle del volley tradizionale. Cambiano le dimensioni del campo e il punteggio, con più tolleranza rispetto alla trattenuta in palleggio e molta meno (diciamo anche per nulla) verso quella in fase di tocco. In altre parole, il pallonetto lo puoi fare con le nocche o con la mano tesa. Fine della storia. Il tutto a vantaggio del predetto spettacolo, che pure fatica ancora a prendere piede nel nostro paese.

E pensare che tra i migliori interpreti della disciplina ci sarebbe (in ascesa) un giocatore azzurro con un nome che è tutto un programma. Per dirla tutta Adtan Carambula di italiano avrebbe solo la nonna, torinese che vive a Montevideo, dove Adtan (classe 1988) è cresciuto giocando a calcio con Luis Suarez – quello del morso a Chiellini, oggi attaccante del Barcellona – prima di trasferirsi a Miami con la famiglia e sperimentare, un po’ per passione e un po’ per necessità (il calcio non è esattamente sport nazionale in Florida), il volley da spiaggia. Quella di South Beach, per la precisione.

Una formazione da playground, si direbbe in ambito cestitisco, che Carambula si trascina per i campi di mezzo mondo, facendo impazzire gli spettatori con giocate – su tutte, la battuta skyball che sale a una decina di metri da terra prima di ricadere nella metà campo avversaria – che nessuno dei suoi colleghi si sognerebbe nemmeno di provare; colpi che diventano esplosivi in coppia con Alex Ranghieri, due metri di muscoli – questa volta sì, tutti italiani –, esplosività e la giusta dose di follia.

La battuta "Skyball" dell'azzurro Carambula

La sorpresa degli europei 2015 sono loro, gli azzurri, che dopo aver eliminato i "cugini" più quotati Lupo e Nicolai, vincitori qui lo scorso anno, eliminano in semifinale i numeri uno del tabellone, la coppia Nummerdor-Varenhorst, parecchio sbiaditi sotto l'acquazzone della domenica mattina – la regola è che si gioca in tutte le condizioni meteo, o quasi –.

Il beach volley funziona così. Le differenze sono quasi sempre minime e per dare o subire un break bastano un paio di errori, un muro ben piazzato o magari un salvataggio a una mano (“dig”, in gergo). Le partite si svolgono veloci, scandite, oltre che dall’imperterrito “tunz tunz” delle casse, dal suono del pallone che batte su mani, polsi e sabbia.

Per i nostri l'ultimo atto del torneo vola via come la semifinale, ma a parti invertite. Troppo forti i lettoni Janis Smedins e Aleksander Samoilovs: un mostro di tecnica il primo, non a caso medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Londra; un “leone” (e non solo per la criniera) il secondo, Aleksander, il quale è anche miglior amico di Ranghieri che su Instagram si congeda così dalla tre giorni di torneo: “tutto questo resterà nella mia testa per un bel po’..”. Siamo in due, Alex.

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