Sergej Belov, due Europei in Italia e un paio di scarpe da basket

Il campione russo appena scomparso nel ricordo di Antonio Tavarozzi, giornalista che ne seguì la carriera da Napoli 1969 a Mosca 1980 

Sergej Belov portato in trionfo dai compagni dopo la storica vittoria sugli Usa a Monaco '72: segnò 20 dei 51 punti dell'Urss.

Paolo Corio

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Destini incrociati: Aleksandr e Sergej, entrambi Belov, spacciati per fratelli ma nemmeno parenti, entrambi nazionali di basket nell'Urss ai tempi della guerra fredda, entrambi morti il 3 ottobre ma a 25 anni di distanza l'uno dall'altro. Nel 1978, a soli 26 anni, Aleksandr, autore del canestro a fil di sirena contro gli Stati Uniti nella finale di Monaco '72, quando la vittoria dell'oro olimpico nella pallacanestro - e la conseguente prima sconfitta degli americani in quello da sempre considerato il "loro" gioco - andava ben al di là del valore sportivo. 

Ieri, invece, l'addio a Sergej Belov, per tutti gli appassionati una vera leggenda del parquet: tiratore micidiale e colonna dell'Urss come del Cska Mosca negli anni Sessanta e Settanta (tra le sue epiche imprese una Coppa dei Campioni vinta contro il Real Madrid dopo due supplementari giocando tutti i 50 minuti e realizzando 19 punti), nonché primo giocatore non americano a essere ammesso nel 1992 nella Hall of Fame di Springfield, Massachusetts. 

Dopo le Olimpiadi di Mosca '80, di cui fu anche l'ultimo tedoforo, Sergej Belov rimase nel Cska come allenatore per poi approfittare della caduta del muro e approdare in Italia come allenatore del Cassino in B2, perché non gli veniva riconosciuto il tesserino di allenatore per le serie superiori. In realtà, il rapporto tra Belov e il nostro Paese era iniziato tanti anni prima, ai tempi degli scontri tra Urss e Italia e ancor di più tra Cska e Ignis Varese. E non solo per gli scambi sotto banco di caviale e vodka in cambio di beni praticamente sconosciuti oltrecortina: "Sergej era tra i pochissimi del clan sovietico a parlare un po' di inglese ed era un uomo sempre disponibile, sorridente e cordiale", ricorda oggi il giornalista Antonio Tavarozzi, che da inviato de La Stampa ne seguì tutta la carriera da giocatore e che abbiamo raggiunto al telefono per parlare del campione scomparso. 

Insomma, Sergej Belov era l'esatto opposto dell'immagine dell'atleta russo di quel tempo...

"Infatti, e lo era anche in campo: tanto i suoi compagni erano dei 'boscaioli', tutti muscoli e centimetri, quanto lui era classe ed eleganza. Un suonatore di violino tra tanti suonatori di tamburo, bravissimo a sfruttarne i blocchi per un arresto e tiro dall'altissima percentuale di realizzazione, con cui impressionò tutti agli Europei di Napoli del 1969, quando l'Urss vinse il titolo e io feci la sua conoscenza. Da lì nacque un rapporto di amicizia che continuò negli anni, anche se ci si incontrava solo in occasione di partite e tornei, sfruttando i pochi momenti di libertà lasciati agli atleti dai severi dirigenti sovietici. Poi ci perdemmo di vista con il fatto che Sergej smise di giocare e io iniziai a occuparmi d'altro, ma il ricordo rimane vivissimo". 

La partita di Sergej Belov che si ricorda ancora oggi?

"Sono tante, perché sapeva sempre essere decisivo. Di certo quella di Monaco, dove non segnò l'ultimo canestro ma mise a segno 20 punti sui 51 totali dei russi, e poi lo ricordo agli Europei del 1979 a Torino, la mia città, quando Sergej vinse il suo ultimo oro europeo e io ero il responsabile dell'ufficio-stampa della manifestazione. Avemmo modo di passare insieme un po' più di tempo del solito e alla fine ne condivisi sinceramente la gioia di quel successo".

Un aneddoto da raccontare?

"È legato a un paio di scarpe da basket. Nel 1971 per il mio giornale feci un servizio sulla fabbrica della Superga, dove mi dissero se non conoscevo qualche atleta a cui regalare le loro scarpe a titolo promozionale... Mi venne in mente Sergej, al quale le consegnai in occasione degli Europei organizzati quell'anno in Germania Ovest. Ci rivedemmo un anno dopo in occasione di un torneo a Livorno: appena entrai nel palazzetto, mi sentii chiamare e vidi lui che mi indicava le scarpe ai piedi, quelle di cui sopra. Un dettaglio che la dice lunga su come se la passavano gli atleti dell'Urss ma anche sulla sua sensibilità di uomo. Tra l'altro, a proposito dei famosi barrati in occasione delle trasferte all'estero, va detto che era di sicuro uno dei meno scatenati, al contrario di altri suoi compagni di cui non faccio i nomi per rispetto della privacy... Tra l'altro, Sergej contraccambiò poi il regalo alle Olimpiadi di Montreal del 1976 dandomi la sua tuta con il numero 10, bianca con i profili laterali rossi. La conservo tra i ricordi più cari, oggi ancora più di ieri".

Era un campione senza difetti, quindi?

"Uno a dire il vero ce l'aveva: non era certo un grande difensore ed era anche per questo che tante volte rimaneva in campo per tutta la partita. Quando vinse da Mvp gli Europei di Napoli, scrissi un articolo sottolineando come non fosse mai uscito per falli per tutto il torneo e imputando la cosa alla sua estrema correttezza di gioco, ma ammetto di essermi fatto influenzare dal carisma e dalla simpatia della persona. Una critica però gliela feci: fu quando si fece crescere i baffi, che a mio avviso non gli donavano affatto! Però era davvero un gradissimo campione: in un articolo per I Giganti del Basket lo definii un americano nato per sbaglio in Russia, definizione poi utilizzata da molti altri e che lo definisce perfettamente come giocatore dallo spettacolare talento". 

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