L’Olimpia Milano tra ieri, oggi e domani

Autore di “Scarpette rosse”, da poco in libreria, Werther Pedrazzi parte dalla storia del club più vincente del nostro basket per analizzarne le recenti mosse di mercato

Una riedizione delle "scarpette rosse" che hanno contribuito a rendere famosa l'Olimpia Milano, fondata - come si legge su una linguetta - nel 1936. (Credits: Ansa)

Paolo Corio

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Quattordicenne portiere di belle speranze, seguito da Reggiana, Parma e Atalanta, con l'adolescenza Werther Pedrazzi incontrò il basket. E con il basket incontrò inevitabilmente l'Olimpia Milano. All'inizio da giocatore, come avversaria in tanti allenamenti del martedì ("giocavo nella Candy Brugherio e una settimana affrontavamo la Pallacanestro Milano, quella dopo le 'scarpette rosse'; con la prima qualche volta abbiamo anche vinto, con loro mai"); quindi da coach in tante sfide a livello juniores ("allenavo la Pallacanestro Milano e ci siamo presi delle belle soddisfazioni contro Pittis, Ambrassa & Co"); infine come giornalista, seguendone anche e soprattutto l'epopea dei vincenti anni Ottanta come collaboratore prima de l'Unità e poi de Il Giorno ("che dedicava una pagina fissa alla nostra pallacanestro, davvero altri tempi…").

Oggi, firma di punta del basket per Il Corriere della Sera, Pedrazzi chiude il cerchio con il club più vincente del basket italiano (25 scudetti e 3 Coppe dei Campioni in cima a un incredibile palmares) con il libro pubblicato da Limina "Scarpette Rosse" (sottotitolo "La storia dell'Olimpia Milano, signora del basket"). "Come riporta la quarta di copertina", avverte lo stesso Pedrazzi, "questa non è però 'la' storia in senso assoluto, ma 'una' storia che ha protagonista l'affascinante Signora in rosso e i suoi amanti".

Il tuo primo ricordo in assoluto della Signora in rosso?

"Avevo 13 anni e mi feci accompagnare al Palalido da mio padre per vedere il Simmenthal contro Pesaro: in realtà non ero però lì per le scarpette rosse ma per Tullio Corradi, che giocava per la Virtus Libertas e che era come me di Ligonchio, paese dell'Appennino tosco-emiliano che ha dato i natali anche a un altro giocatore di serie A, Mario Piccini, oltre che al sottoscritto. Curioso, perché a Ligonchio nemmeno sanno cosa sia il basket, ma questa è un'altra storia…".

Torniamo allora a quella raccontata nel libro, che inizia il 26 marzo 1972 con la scazzottata tra Arthur Kenney e Dino Meneghin, metafora dei duelli anni Settanta tra Milano e Varese…

"Forte del fatto che l'Olimpia fosse il filo conduttore, mi sono concesso diversi salti temporali tra le pagine: non è insomma una crono-storia, ma una storia in cui la ricerca e la raccolta di testimonianze si alternano ai ricordi diretti. Nella prefazione la presento come una storia molto indisciplinata proprio perché sconfina spesso dalla razionalità (intesa come dati oggettivi) all'emotività di episodi da me vissuti in presa diretta".

In particolare, hai seguito l'epopea vincente degli anni Ottanta: la tua definizione di quell'Olimpia?

"La consacrazione del concetto di fondo del libro: dopo il deludente capitolo di fine anni Settanta (che nel libro intitolo 'Languido tramonto'), quell’Olimpia ha segnato il riaccendersi dello spirito vincente del Simmenthal combinato con il basket moderno proposto da Dan Peterson e perfettamente interpretato da tanti campioni di quegli anni. Quella non è stata una super-squadra, è stata l'essenza di una squadra: un gruppo che magari si scannava all'interno, ma che agiva sempre e solo per arrivare alla vittoria".

Essenza di una squadra, appunto: in questo senso è una storia solo per i tifosi dell'Olimpia o anche per tutti gli altri amanti del basket?

"L'ambizione è proprio quella: mentre scrivevo i vari capitoli, pensavo ogni volta di arrivare a qualcosa che non fosse limitato ai tifosi dell'Olimpia. E nemmeno ai soli appassionati di basket in senso stretto: questa storia - con il suo alternarsi di vittorie e sconfitte - è una storia di vite, di uomini che hanno saputo votarsi a una causa comune, e come tale penso quindi che possa appassionare anche chi è interessato agli sport di squadra in generale". 

L'immagine di questa storia che ti ha più emozionato nel trasferirla dai tuoi ricordi alla carta?

"L'esodo di tipo calcistico in cui mi sono ritrovato nell'aprile del 1987 lungo la strada che portava a Losanna, dove l'Olimpia vinse la Coppa dei Campioni superando il Maccabi Tel Aviv: una carovana di macchine con le bandiere biancorosse davvero incredibile. Poi però ci sono anche i tanti aneddoti, spesso riferiti a figure non sempre note al grande pubblico ma fondamentali nella storia dell'Olimpia”.

Ad esempio?

“Ad esempio il mitico Benito Picone, addetto alla biglietteria e capace di abbattere qualsiasi muro della burocrazia per i rapporti che intratteneva proprio grazie al suo ruolo. Ai tempi della naturalizzazione di Mike D'Antoni, Picone riuscì a far rimanere la documentazione già approvata nei cassetti giusti fino al 27° compleanno del giocatore, che altrimenti per le leggi di allora avrebbe dovuto partire per il militare non appena divenuto italiano… Celebre anche l'episodio di quando apostrofò malamente un funzionario della Questura che chiedeva dieci biglietti per l'allora primo ministro Bettino Craxi e la sua scorta e alla minaccia di quello di andarlo a prelevare con la volante, rispose con un successivo ‘Provvedo immediatamente’. Unica frase non in dialetto milanese che gli sentirono mai pronunciare nella storica sede di via Caltanissetta”.

Il libro si interrompe con l’avvento di Armani: come giustifichi la scelta?

“Come una scelta, appunto. Come ho detto all’inizio, questa è una ‘storia’, che si può rinnegare o dalla quale si può imparare…”.

Parole che portano direttamente all’attualità: alla vigilia dell’ennesima rifondazione in casa Olimpia, con l’avvento sulla panchina di Milano di Luca Banchi, cosa deve essere preso dal passato per tornare finalmente a vincere?

“Il Simmenthal aveva Adolfo Bogoncelli al vertice, Cesare Rubini in panchina e Gianfranco Pieri in spogliatoio. L’Olimpia degli anni Ottanta aveva invece Gian Mario Gabetti, Tony Cappellari, Dan Peterson e Mike D’Antoni. Il messaggio mi sembra chiaro: per vincere, e soprattutto per farlo in modo continuativo, occorre una valida dirigenza, un bravo allenatore e un leader che faccia andare tutta la squadra nella direzione giusta”.

Un team in cui ognuno ha il suo ruolo ben definito, dunque.

“Se l’affermazione sottintende una domanda sui coach-manager, secondo un modello visto di recente anche a Milano, rispondo che per fare bene il coach ce n’è già d’avanzo e che la figura dell’allenatore-manager – in questi tempi dominati dai procuratori – a me fa insorgere troppi sospetti. In termini assoluti, penso comunque che le fortune di una squadra derivano da una ripartizione precisa di compiti, affidati a persone di carisma e competenza. Luca Banchi è un bravo coach, che studia il basket e che non dici mai cose banali, ma poi serve appunto anche tutto il resto. Oltre al fatto che è un allenatore di sistema e che come tale necessita quindi un roster costruito secondo regole ben precise”.

Su quali giocatori dovrebbe allora puntare la società biancorossa?

“Al di là dei nomi, l’obiettivo deve essere la costituzione di un gruppo serio e determinato. Partendo dal postulato che la serietà dei giocatori è data dalla società: tanto per rifarci a un recente passato, non puoi dare una multa perché giocano senza determinazione e poi toglierla perché vincono la successiva… sarebbe invece da raddoppiarla, perché quei giocatori ti hanno dimostrato che avrebbero potuto fare meglio solo con un pizzico di volontà in più!”.

Fatte salve queste considerazioni, come vedi i prossimi capitoli della storia dell’Olimpia?

“Con una certezza: malgrado le delusioni dell’ultimo periodo, l’Olimpia può contare su uno zoccolo duro disposto a seguirla. E se poi offri a Milano una squadra che lotta, da quello zoccolo duro nasce un meccanismo virale che ti porta a riempire il palazzetto e riaccende l’attenzione dei media: ecco perché per Armani vale la pena di continuare a provarci”.

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