La strana protesta di Jaaber (il musulmano)

La guardia dello Zalgiris (ex Roma e Milano) si licenzia per motivi religiosi legati a sponsor e cheerleader

Ibrahim Jaaber con la maglia dell'Olimpia Milano. La guardia di passaporto Bulgaro si è licenziato dallo Zalgiris di Kaunas per motivi religiosi (Credits: LaPresse).

Teobaldo Semoli

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Licenziarsi dalla propria squadra per motivi religiosi. Sembra impossibile ma è quanto è "capitato" a Ibrahim Jaaber, point-guard dello Zalgiris di Kaunas e musulmano praticante, che ha deciso di congedarsi dalla società lituana (e in generale dal basket europeo) per colpa delle cheerleaders, a suo dire troppo sexy, e delle scritte pubblicitarie sui cartelloni e sulle divise. Il giocatore di passaporto di Bulgaro, che vanta trascorsi tra Milano e Roma, ha raccontato il tutto in una lettera aperta fatta recapitare al suo presidente in cui spiega come la "poca decenza" delle ragazze e delle pubblicità non fossero consone ai dettami del Corano e che quindi aveva deciso di abbandonare società e tifosi.

Lo Zalgiris dal canto suo non l'ha presa affatto bene, anche perchè l'annuncio di Jaaber è arrivato senza preavviso e poco prima del fondamentale match di Euroleague contro l'Alba Berlino. Il presidente Arvydas Sabonis ha già fatto sapere che chiederà i danni al giocatore il quale però ha dichiarato placidamente che non giocherà mai più in squadre europee.

Inutile e sbagliato in questi casi tentare di stabilire dove stia la ragione. Impossibile chiedere alla società lituana di rinunciare al marketing (con cui tra le altre cose veniva pagato anche Jaaber) come allo stesso giocatore di non rispettare i suoi principi religiosi. Certo è che, come fa notare Sabonis, Jaaber era a conoscenza fin dall'inizio delle politiche pubblicitarie del club oltre al fatto che sono anni che il giocatore calpesta i parquet continentali senza particolari problemi, sebbene nel 2009 si fosse reso protagonista di una vicenda simile rinunciando agli Europei di basket perché in concomitanza con il Ramadan.

A prima vista insomma quello di Jaaber pare un caso più unico che raro ma il binomio sport-religione non è nuovo a episodi di questo tipo. La questione del Ramadan, che costringe gli atleti a diguini forzati durante le ore diurne, è forse quella più spinosa tant'è che qualche anno fa il presidente Lotito aveva deciso che non avrebbe acquistato giocatori musulmani che rispettassero questa pratica. E come dimenticare il caso Muntari, con Mourinho che ai tempi dell'Inter era finito al centro di una vera e propria bufera (aveva addirittura ricevuto minacce dalla comunità islamica) in seguito alla sostituzione del centrocampista dell'Inter fiaccato dal digiuno religioso.

L'ultima polemica risale a pochi giorni fa, quando il giocatore del West Ham Taarabt, dopo aver mostrato una maglietta con scritto "I love Allah", ha tirato in ballo anche il suo amico, e attaccante del Fiorentina Mounir El Hamdaoui, dicendo che non si trova a suo agio a Firenze dove "gaurdano male" la moglie che esce di casa con il velo.

La lista di stranezze e malintesi è lunga. Lo scorso ottobre i giocatori musulmani del Montpellier si misero a pregare dopo un gol contro lo Shalke04 ma il commentatore inglese Gary Lineker scambiò il loro gesto per una particolare forma di esultanza (credeva stessero mangiando l'erba). Anche in quel caso fu subito polemica con tanto di scuse immediate da parte del giornalista. Nessun fraintendimento invece sulla speciale divisa da corsa stile burka di Sarah Attar, prima donna araba sulla pista olimpica, capace di commuovere l'intero stadio di Londra con un ultimo posto che sapeva di vittoria.

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