Eurolega: ora Milano deve vincere a Tel Aviv

Dominata gara-2 dei playoff, all'EA7 serve l'impresa esterna. "Missione possibile": parola di Dino Meneghin, che qui ricorda le epiche sfide con il Maccabi

Curtis Jerrels al tiro: per lui 17 punti in gara-2 contro il Maccabi, top-scorer dell'EA7 Milano. – Credits: Savino Paolella / www.dailybasket.it

Paolo Corio

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“Siamo più forti di questo Maccabi”: i giocatori dell’EA7 Milano l’hanno e se lo sono ripetuto come un mantra dopo la cocente sconfitta interna in gara-1 dei playoff di Eurolega e la cosa ha avuto il suo effetto. Gara-2, sempre al Forum, è stata infatti tutta un’altra storia, con tutti gli uomini impiegati da coach Banchi a referto, ben sei in doppia cifra (top-scorer Jerrells con 17 punti, ma decisivi anche MossKangur e Wallace con canestri nei momenti topici e tanta difesa), più un Hackett che ha superato brillantemente la “prova del nove”, intesi come punti e assist in tabellino. Ennesima ma questa volta insufficiente prestazione di squadra anche per il Maccabi, che ha però potuto contare solo per due minuti scarsi sul centrone Schortsanitis, costretto a uscire a metà del primo quarto per un problema alla caviglia dopo una rovinosa caduta sotto canestro.

“La statistica eccezionale”, ha commentato un ovviamente soddisfatto coach Banchi dopo il 91-77 finale, “è però quella che vede tutti i miei giocatori con il segno positivo alla voce plus/minus: chiunque è entrato, ha davvero dato il massimo per avere l’opportunità di giocare ora due partite a Tel Aviv, dove occorrerà essere ancora più duri e ancora più solidi, immergendoci in un ambiente dall’incredibile cornice di pubblico”. Ambiente ben conosciuto da Dino Meneghin, che proprio con la maglia dell’Olimpia e ancora prima con quella dell’Ignis Varese si è trovato più volte ad affrontare il Maccabi in epiche sfide dell’allora Coppa dei Campioni.

Dino, c’è un consiglio da dare ai giocatori dell’Olimpia di oggi, soprattutto ai più giovani e ai meno esperti in campo internazionale, per non farsi condizionare dal tifo di Tel Aviv?
“Non c’è un consiglio particolare, ma l’indicazione che vale sempre nel basket: mettere in pratica quanto si è preparato. Personalmente, cercavo di concentrarmi al massimo su tutti i movimenti del mio avversario diretto (mi vengono subito in mente Kevin Magee e Lee Johnson) per rimanere con la testa all’interno del parquet, senza subire la pressione di quella marea gialla che sostiene ininterrottamente il Maccabi in casa. E’ ovvio che in tutto questo conta anche l’esperienza: se è la prima volta che giochi all’Eliyahu, l’impatto lo puoi anche subire. Si tratta comunque di un ambiente certamente caldissimo, ma dove puoi giocare la tua partita davanti a un pubblico che sta comunque a debita distanza, e soprattutto che ama e conosce davvero la pallacanestro”.

Da come ne parla, sembra quasi che giocare a Tel Aviv le desse addirittura la carica: conferma?
“In effetti per me avere il pubblico contro è sempre stata benzina in più nel motore, ma a Tel Aviv - se riesci come detto a stare mentalmente nella partita - la carica ti arriva anche dal fatto che prima della partita ti senti davvero al centro dell’attenzione: lì vivono il basket come da noi si vive il calcio, non c’è nessuno che non ne parli e c’è al contempo grande rispetto per gli avversari, anche se poi ti tifano decisamente contro una volta che inizi a giocare. Fortunatamente non ho mai capito gli insulti in israeliano…”.

Si ricorda la sua prima sfida contro il Maccabi?
“Impossibile non ricordarla, anche per l’originale contesto che non aveva nulla a che vedere con la splendida arena in stile Nba che hanno ora. Avevo 17 anni e con l’Ignis Varese li affrontammo e battemmo nella finale di Coppa delle Coppe: andata a Masnago e ritorno all’Eliyahu, che era però un campo di cemento all’aperto con l’erba all’inglese intorno… Poi ci sono state tante altre sfide, con le due finali di Coppa dei Campioni vinte con l’Olimpia a Losanna e Gand che chiudono una serie di ricordi davvero speciali, inclusa la volta che dalle tribune di Tel Aviv scese a stringere la mano a me e ai miei compagni niente meno che Moshe Dayan”.

Ha ricordato le vittoriose finali del 1987 e 1988, le ultime che hanno visto protagonista Milano. Crede che quest’Olimpia possa vincere almeno una partita a Tel Aviv per poi giocarsi in casa un’altrettanto storica qualificazione alle Final Four?
“Ovviamente quelli del Maccabi entreranno in campo assatanati, ma credo che ci siano le condizioni per vincere almeno un incontro e giocarsi poi il tutto davanti al pubblico del Forum. Milano ha reagito bene alla prima sconfitta e ha dato una dimostrazione di grande fiducia nei propri mezzi: quella che avevamo noi ai tempi e che è fondamentale per vincere questo tipo di partite”.

Si ringrazia per le immagini il sito www.dailybasket.it .

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