Io, a testa in giù, sull'aereo acrobatico del Red Bull Air Race

Il racconto dei miei 15 minuti di evoluzioni in volo ai limiti della fisica, tra paura, nausea e tanta adrenalina

Un momento di un looping (giro della morte) durante il volo nei cieli di Gdynia, Polonia. – Credits: Red Bull

Teobaldo Semoli

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“Io, non ho paura di volare”. Me lo ripeto in continuazione, quasi fosse un mantra, mentre mi avvicino all’Extra 330 LX, l' aereo acrobatico di Red Bull che mi aspetta sulla pista dell’aeroporto militare di Gdynia, in Polonia, per un volo di prova riservato ai giornalisti. Il cielo è limpido è la giornata insolitamente calda considerata la pioggia abbondante degli ultimi giorni. La sostanza è che la temperatura all’interno della mia tuta ignifuga è già ben oltre i 25 gradi percepiti.

Arrivato all’hangar riservato agli aerei Red Bull mi presentano il “mio” pilota, colui che avrà il compito di farmi provare le sensazioni che questi fenomeni del volo sperimentano durante la più estrema delle competizioni aeree. Si chiama Cristian Bolton, è cileno e gareggia nella Challenger Cup, la classe riservata alle nuove leve. Ammetto che avrei preferito volare con "il più vecchio della classe degli esperti", ma Bolton è tutt’altro che uno sprovveduto. Mi racconta di essere stato prima pilota da combattimento e poi maggiore della Air Force cilena. Mi convince.

 

Terminato il briefing di sicurezza, che comprende una necessaria quanto inutile (considerata la bassa altitudine) spiegazione sull’utilizzo del paracadute, prendo posto sul sedile anteriore dell’aereo. A quanto pare volerò davanti al mio compagno di volo, il che vuol dire una visuale perfetta e altri tre gradi in più di temperatura all’interno della mia tuta che nel frattempo è già madida di sudore.

L’aereo si mette in modo e dirigendosi verso la pista di decollo noto che scoda ripetutamente a destra e  sinistra. Chiedo il motivo: “riesci a vedere davanti a te"? mi risponde Bolton. In effetti no. Un’altra buona notizia. Dopo l’ok della torre di controllo spicchiamo il volo e quasi non mi rendo conto di essermi staccato da terra. L’aereo è così leggero e performante che tutte le fasi di volo tradizionali diventano una pura formalità, tanto che per qualche istante riesco a godermi il panorama della baia di Gdynia. Intravedo persino i piloni del tracciato dove nel pomeriggio si svolgerà la gara. Quella a cui prenderà parte anche il mio fedele compagno di viaggio che a un tratto mi dice: “bene, possiamo cominciare”.

Quasi avevo dimenticato che l’Extra 330 è pensato, progettato e costruito per compiere acrobazie. La prima è un looping, in italiano giro della morte. Per preparare la figura il pilota punta dritto verso terra prima di avvertirmi (sarà la prima di numerose volte) di contrarre il muscoli del bacino. E’ in quel momento che capisco quale sia, tra le tante, la vera sfida del volo acrobatico: contrastare la forza di gravità. Mentre l’aereo cabra improvvisamente la G-Force che sono abituato a sentire sulle mie spalle si moltiplica per tre e sento che ogni singola cellula del mio corpo, sangue compreso, viene spinta verso il basso. Mentre sono a testa giù posso rilassarmi e godermi di nuovo il panorama capovolto dello sponde del Mar Baltico, e poi di nuovo “strain your basin” (contrai il tuo bacino) per uscire dalla figura e riportarci in assetto di volo.

Lo stessa sensazione mi si ripropone eseguendo quello che in gergo, non solo avionico, viene chiamato “upper deck”: l’aereo si dirige dritto verso il cielo prima di lasciarsi cadere dolcemente di lato, come se la spinta del propulsore a tre pale si fosse improvvisamente esaurita. Anche qui il difficile viene sul finale quando per evitare lo schianto contro gli hangar dell'aeroporto il pilota deve tirare la cloche e scaricare sulla mia povera schiena altri 250 chili di forza di gravità.

Arrivati a questo punto comincio a provare una certa stanchezza fisica e il mio respiro si fa pesante. E’ sorprendente quanto sia faticoso essere dei semplici passeggeri se di mezzo ci sono le forze della fisica, oltre che delle emozioni. Le ultime che mi restano da provare sono quelle del passaggio attraverso gli air gate, composti da due piloni alti 25 metri, che i piloti attraversano durante il loro percorso a tempo durante le gare. C’è n’è uno allestito proprio ai limiti dell’aeroporto ed è lì che ci infiliamo, passando a poco più di 20 metri da terra e a meno di 5 da piloni, prima di risalire con un looping improvviso che mi toglie il respiro e fissa il livello del misuratore dei G a 5.2. Pochi, anzi pochissimi per un pilota abituato a sopportarne fino a 12. Tanti per il sottoscritto: è il colpo del ko. Il rientro in aeroporto è una pura formalità. Ora ho capito cosa provano questi eroi del volo quando piroettano sui tracciati di mezzo mondo. Chissà se anche loro quando levano il casco provano la mia stessa sensazione: di salvezza.

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