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11 settembre 2001: quel fuoricampo che restituì il sorriso all'America

Quattordici anni dopo l'attentato alle Torri Gemelle di New York, il ricordo di come il baseball aiutò gli Usa a riprendere a sognare

Alle 8.46 dell'undici settembre del 2001 New York guardò il cielo e cominciò a piangere. Prima uno schianto, poi l'altro. Il fuoco, le urla, lo sgomento di chi c'era e intuiva, la paura di chi assisteva al disastro in diretta tv e gridava in silenzio. Le Torri Gemelle colpite e sfiancate. Fino al crollo. Impetuoso, quasi irreale: tragico perché carico di vittime. Il terrore prese alla gola l'America dei sogni e contaminò in pochi minuti tutto il mondo, segnandone prospettive e desideri, ragioni e contrasti. Negli attacchi suicidi morirono 3017 persone di oltre 90 nazionalità, ma furono in molti coloro che negli anni successivi si arresero alle malattie causate dai fumi tossici respirati in quel maledetto martedì di fine estate. Crocevia di storie drammatiche e intuizioni meravigliose. Gli eroi, gente comune alle prese con l'ineffabile. 

 

New York si fermò per riprendere fiato, sorretta da un Paese intero in cerca di risposte a interrogativi pesantissimi. Anche lo sport tirò giù le serrande, costretto a farsi da parte per rispetto e necessità. Era il periodo più caldo della stagione per il baseball, lo sport di casa per gli americani prima maniera. In quei giorni si decideva l'accesso alla post-season. Sbagliare e perdere poteva significare dire arrivederci alle gare che decidevano il torneo. Dentro o fuori, era questione di dettagli. Poi, la tragedia. Che stravolse in un amen contenuti e priorità. Le due franchigie di New York, i Mets e gli Yankees, si misero a disposizione della città per far fronte all'emergenza. Lo Shea Stadium, fortino dei Mets, si trasformò in un rifugio per sfollati e volontari. Tra questi ultimi, ci fu anche il manager Bobby Valentine, detto "Bobby V", un ex grandissimo del diamante che aveva cominciato a dispensare direttive dal dugout dei Metropolitans nel 1996. Anche gli Yankees fecero la loro parte, visitando la zona del disastro e incoraggiando come possibile feriti e addetti ai lavori. 

La Major League Baseball, la Grande lega del batti e corri made in Usa, riprese ad andare in scena il 18 settembre. L'inizio di ogni gara fu preceduto da un minuto di silenzio per rendere omaggio alle vittime della strage. Fu un tripudio di bandiere Usa in tutti gli stadi. A Pittsburgh, i Mets scesero in campo con cappellini che riportavano le insegne della polizia e dei vigili del fuoco della Grande mela. Lo stesso fecero i cugini degli Yankees. Il dolore unisce e sorprende. Di più. "God bless America", il canto patriottico scritto negli anni Trenta dal compositore di origine russa Irving Berlin, prese il posto durante la partita del consueto "Take me out to the ballgame" diventando l'emblema del risorgimento a stelle e strisce.

E poco importa se le misure di sicurezza stravolsero i tempi e i modi dell'ingresso sugli spalti. Era tornato il baseball, il gioco che certificava il rilancio della magia tutta americana di inventare scenari al limite del possibile, belli da perdere il fiato. La firma sul domani arrivò alla prima partita interna dei Mets allo Shea Stadium. La appose il fuoriclasse italo-americano Mike Piazza con un fuoricampo che decise l'incontro. Da New York a Los Angeles, da Seattle a Houston, il grido di gioia risuonò in tutti gli angoli degli Stati Uniti. Si ricominciava a sperare. L'inizio, la ripartenza. Che per il campione del football americano Pat Tillman, una vera e propria leggenda della palla ovale made in Usa, diventò un impegno improrogabile e necessario. Lasciò lo sport per arruolarsi nell'esercito. Doveva sistemare i conti con la storia. Lui come gli altri, pedina come tante in uno scacchiere tritacarne. Lo spedirono a combattere in Afghanistan, non tornò mai più: morì il 22 aprile del 2004 colpito dal "fuoco amico". Era un grandissimo del football americano. Diventò un grandissimo dell'America che si guardava allo specchio e si vedeva cambiata. Forse, per sempre.  

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