Sono così solo di baci. Un abietto miserabile individuo chiamato Fernando Pessoa
Sono così solo di baci. Un abietto miserabile individuo chiamato Fernando Pessoa
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Sono così solo di baci. Un abietto miserabile individuo chiamato Fernando Pessoa

5 aprile 1920 Mio Bebè piccolo e capriccioso, me ne sto in casa solo soletto, eccetto l’intellettuale che sta mettendo la carta alle pareti (sfido! Le dovrebbe forse mettere sul soffitto o sul pavimento?), e lui non conta. E come …Leggi tutto

5 aprile 1920

Mio Bebè piccolo e capriccioso,

me ne sto in casa solo soletto, eccetto l’intellettuale che sta mettendo la carta alle pareti (sfido! Le dovrebbe forse mettere sul soffitto o sul pavimento?), e lui non conta. E come ti avevo promesso, fanciullina, ti scrivo per dirti, almeno, che sei molto cattiva; eccetto che in una cosa, l’arte di fingere, nella qualche mi accorgo che tu sei eccellente.

Lo sai? Ti sto scrivendo ma non sto pensando a te. Sto pensando alla nostalgia che ho dei tempi in cui davo la caccia ai piccioni; e questa è una cosa, come tu sai, in cui tu non c’entri per niente…

È stata bella, oggi, la nostra passeggiata, vero? Tu eri di buonumore, io ero di buonumore, e anche la mia giornata era di buonumore.

Non ti stupire se la mia calligrafia è un po’ strana. Ci sono due motivi. Il primo è che questo foglio (l’unico che ho a disposizione), è troppo liscio, e la penna ci scorre sopra troppo velocemente; il secondo è che ho trovato qui in casa una bottiglia di eccellente porto, che ho aperto e di cui ho già bevuto la metà. Il terzo motivo è che ci sono solo due motivi, e dunque non c’è affatto un terzo motivo (Alvaro de Campos, ingegnere).

Quando ci potremo incontrare da soli da qualche parte, amore mio? Ho la bocca strana, sai, perché non ho baci da tanto tempo… Mio Bebè da sedere in collo! Mio Bebè da prendere a morsi! mio Bebè da… (e poi il mio bebè diventa cattivo e mi picchia…). «Corpicino di tentazione», ti ho chiamato; e tale continuerai a essere, ma lontano da me.

Bebè, vieni qui, vieni vicino al tuo Nininho, con la tua piccola bocca contro la bocca del Nininho… Vieni… Sono così solo, così solo di baci

Potessi almeno avere la certezza che ti manco, davvero! Almeno sarebbe una consolazione… Ma tu, forse, pensi meno a me che a quel ragazzo del gargarismo, e a quello del D.A.F., e al contabile della ditta C.D.! Cattiva, cattiva, cattiva, cattiva, cattiva!!!…

Ti ci vorrebbero tanti sculaccioni!

Ciao. Mi vado a buttare a testa in giù dentro un secchio, per riposare lo spirito. Così fanno tutti i grandi uomini, almeno quando hanno : 1°. spirito ; 2°. testa ; 3°. secchio dove mettere la testa.

Un bacio solo che dura tutto il tempo che il mondo deve ancora durare, dal tuo, sempre tuo

Fernando


29 novembre 1920

Ophelinha,

la ringrazio per la lettera. Essa mi ha portato dolore e sollievo allo stesso tempo. Dolore perché queste cose addolorano sempre; sollievo perché, in verità, l’unica soluzione è questa: non prolungare oltre una situazione che ormai non trova più una giustificazione nell’amore, né da una parte né dall’altra. Da parte mia, almeno, resta una stima profonda, un’amicizia inalterabile.

Lei non mi negherà altrettanto, vero?

Né lei, Ophelinha, né io, abbiamo colpa di tutto questo. Solo il Destino ne avrebbe la colpa, se il Destino fosse una persona a cui poter attribuire delle colpe.

Il Tempo, che invecchia i volti e i capelli, invecchia anche, ma ancor più rapidamente, gli affetti violenti. La maggior parte della gente, per la sua stupidità, riesce a non accorgersene, e crede di continuare ad amare perché ha contratto l’abitudine di sentire se stessa che ama. Se non fosse così, non ci sarebbe al mondo gente felice. Le creature superiori, tuttavia, sono private della possibilità di codesta illusione, perché non possono credere che l’amore sia duraturo, né, quando sentono che esso è finito, si sbagliano interpretando come amore la stima, o la gratitudine, che esso ha lasciato.

Queste cose fanno soffrire, ma poi il dolore passa. Se la stessa vita, che è tutto, passa, perché non dovrebbero passare l’amore, il dolore e tutte le altre cose che sono solo parti della vita?

Nella sua lettera è ingiusta con me, ma la comprendo e la scuso. Certo l’ha scritta con irritazione, forse perfino con dolore; ma la maggior parte della gente – uomini e donne – avrebbe scritto, nel suo caso, in un tono ancor più acerbo e in termini ancora più ingiusti. Ma lei, Ophelinha, ha un meraviglioso carattere, e perfino la sua irritazione non riesce ad essere cattiva. Quando si sposerà, se non avrà la felicità che si merita, certamente non sarà colpa sua.

Quanto a me…

L’amore è passato. (…).

Non so che cosa desidera che le restituisca: lettere o che altro ancora.

Io preferirei non restituirle niente, conservare le sue lettere come il ricordo vivo di un passato morto come ogni passato; come un qualcosa di commovente in una vita quale la mia, in cui l’avanzare negli anni va di pari passo con l’avanzare nell’infelicità e nella delusione.

Le chiedo di non fare come la gente comune, che è sempre grossolana: che non giri la testa quando ci incontreremo; né abbia di me un ricordo in cui ci sia spazio per il rancore.

La prego, siamo l’uno con l’altro come due persone che si conoscono dall’infanzia, che si amarono da bambini e, sebbene nella vita adulta seguano altre strade e altri affetti, conservano sempre, in una piega dell’animo, il ricordo profondo del loro amore antico e inutile.

Per quanto forse “altri affetti” e “altre strade” possano concernere lei, Ophelinha, non certo me stesso. Il mio destino appartiene ad altra Legge, della cui esistenza lei è all’oscuro, ed è subordinato sempre più all’obbedienza a Maestri che non permettono e non perdonano.

Ma non è necessario che capisca quanto dico. Basta che mi conservi affettuosamente nel suo ricordo come io, sempre, la conserverò nel mio.

Fernando

 


Abel, 25 settembre 1929

Gentilissima Signora Ophélia Queiroz,

un abietto miserabile individuo chiamato Fernando Pessoa, mio personale e caro amico, mi ha incaricato di comunicare alla Signoria Vostra – considerando che il di lui stato mentale gli impedisce di comunicare alcunché, neppure a una mosca (esempio di obbedienza e disciplina) – che alla Signoria Vostra è vietato: 1) pesare di meno; 2) mangiare poco; 3) non dormire; 4) avere la febbre; 5) pensare all’individuo suddetto.

Da parte mia, come intimo e sincero amico di quel poco di buono della cui comunicazione, seppur con sacrificio, mi faccio carico, consiglio la Signoria Vostra di prendere l’immagine mentale che eventualmente possa essersi fatta dell’individuo la cui menzione sta rovinando questo foglio di carta soddisfacentemente bianco, e di buttarla, quest’immagine mentale, nel buco dell’acquaio, essendo materialmente impossibile dare questa destinazione, che peraltro giustamente competerebbe a quell’entità fintamente umana, se ci fosse giustizia al mondo.

Voglia gradire i complimenti di

Alvaro de Campos
(ingegnere navale)

Da Fernando Pessoa, Lettere alla fidanzata, Adelphi

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