Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 7
Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 7
Società

Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 7

La kermesse, i suoi personaggi e tutto quello che ci sta intorno. Vista con gli occhi di uno scrittore - Day 1 - Day 2 - Day 3 - Day 4 - Day 5 - Day 6 - Le madrine - Le immagini: 1 - 2 - 3 - 4 - 5

Finalmente. Sono arrivati. Fischi dopo la proiezione di un film di esagerata bruttezza come quello presentato da Gianni Amelio a Venezia, dal fumettistico titolo, L’intrepido.

La sala sì rivoltata più volte contro il pantano di sceneggiatura che molti, come me, non sono riusciti a finire. Io ce l’avrei anche fatta perché mi stavo divertendo molto a condividere la mia indignazione con un ragazzo con accredito blu, fondatore del sito Cinema Errante.

È bello insultare un film tutto il tempo se non hai pagato il biglietto. Se trovi qualcuno con cui cimentarti in un’iperbole di rabbia e risentimento, ancora meglio. In effetti questo è un bell’aspetto dei festival. Vai al cinema da solo e non sembri pazzo. Chiacchieri col vicino e non vuol dire che ci stai provando.

Il che ha anche dei risvolti negativi. Giusto ieri ha attaccato bottone con me una ragazza siciliana, splendida, figlia dell’ufficio stampa di non so più quale film. Continuava a sorridere e a offrirmi caramelle e dolcetti. Io mi ero illuso di averla affascinata. Ma mica ci stava provando. Voleva solo parlare di Breaking Bad, di cui indossavo la maglietta, una delle ultime pulite. Dove, se non al festival di Venezia, potreste venire agganciati da una specie di modella che vuole parlare con voi della vostra serie televisiva preferita?

Poi, certo, nel mondo ideale vi metterebbe del roipnol nel bicchiere e abuserebbe di voi in albergo, tenendovi incatenato per giorni e impedendovi di vedere i brutti film tipo questo di Amelio. Ma, insomma, non si può avere tutto dalla vita. Comunque sia, qui a Venezia, le sale sono fertili di incontri casuali e scambi accesi durante le proiezioni. La maggior parte dei quali (purtroppo) non si traduce in un piacevole party a luci rosse.

In ogni caso io sarei rimasto a godermi e a partecipare ai giusti fischi verso il film di Amelio. Ma c’era la conferenza stampa del più bel film in concorso finora, proiettato ieri sera in Sala Darsena e che andrò a rivedere tra poco in Sala Grande.

Il regista di documentari, non a caso allievo e amico di Werner Herzog, Errol Morris, ha girato un ritratto Donald Rumsfeld, ex segretario della Difesa americana, con uno splendido ritmo e delle immagini bellissime. Un film che, nonostante i presupposti retorici (ovviamente applauditi da tutte le vittime dell’antiamericanismo), disegna di Rumsfeld un quadro commoventemente complesso. Un film che racconta uno dei protagonisti della guerra in Iraq proprio alla vigilia della probabile guerra in Siria, di cui, anche dalla Laguna, si respira l’aria.

Un film che è importante rivedere e di cui è importante parlare.

Voglio essere ben sveglio per cui prendo un caffè al volo nelle vicinanze.

Una chiacchiera tira l’altra e mi accorgo che, come al solito, sono in ritardo.

Mentre mi avvio alla sala conferenze, come un Ulisse guidato dal desiderio di raggiungere, dopo tante peripezie, finalmente, la sua casa, che è l’effetto che, dopo tanti film orrendi, fa incontrare un buon film, vengo irretito dal canto delle sirene proveniente dal mar rosso. Cioè, un gruppo di Femen, a tette nude, che urlano e fanno segni di vittoria di fronte a una folla di fotografi impazziti.

Stamattina è stato proiettato un documentario su di loro, l’Ucraina non è un bordello. Ed eccole pronte a dimostrarlo, una più figa dell’altra, seni al vento, capezzoli turgidi, una folla di maschi in delirio che puntano i loro teleobiettivi su di loro, facendo partire un coro di “bacio bacio” quando un paio di vichinghe decidono che è venuto il momento di abbracciarsi e (giuro) anche un piccolo e soffocato ollelé ollallà.

Vergate con il rossetto, le scritte Naked war e I am free sono come un canto a cui è impossibile sfuggire. Sono ipnotizzato. Empatizzo pienamente col femminismo. Vorrei avere un reggiseno da bruciare e lanciare sul red carpet. E in quanto militante femminista mi sento pienamente legittimato a decodificare la deforme scritta  women are still here sul corpo di una sorella guerriera che si tiene un po’ più nascosta, e a disertare per questo la guerra di Morris.

Quando l’incantesimo finisce e le Femen se ne vanno, corro su per le scale del palazzo del Casinò. Purtroppo arrivo a conferenza quasi conclusa, giusto in tempo per vedere Morris con un cocktail in mano lasciare la sala.

Ok, almeno una conferenza la devo seguire. Così mi aggiro studiando il programma delle proiezioni per trovare il modo di incastrare una proiezione del documentario sull’Ucraina sperando che le attrici siano sullo schermo convincenti quanto dal vivo nel dimostrare che l’Ucraina non è un bordello. E alla fine, mentre cerco di stilare una tabella di marcia, chi arriva in sala conferenze? Amelio e la sua banda di precari esagitati.

La conferenza stampa è rispettosamente disertata dai critici ostili e popolata delle testate più infime, generose di applausi e prosopopee. Il folle teatrino vede partecipare improbabili giornali tipo “cronache basilicate” e “turi turi punto it”, tanto che la moderatrice implora chi interviene di presentarsi con nome cognome e testata morendo un po’ ad ogni alzata di mano. Sono molti i giornalisti commossi. Tra loro anche un folle inglese "vengo dal iu chei" in braghelle corte, calzini di spugna fino al ginocchio e mustacchi impomatati che puntano al cielo. Domanda qualcosa riguardo MTV. Intorno a lui, il gelo. Nessuno ha capito la domanda. Nessuno stava usando le cuffie per la traduzione. Antonio Albanese allarga le braccia.

Dopo lo spettacolino di dichiarazioni tipo “mio padre era un operaio, anche io ho fatto l’operaio” e “non c’è eroe più grande che l’uomo della strada” la conferenza finisce. E io, che oltre ad essermi annoiato a morte a sentire queste baggianate ho odiato la parte del film che ho visto con tutto me stesso, io che, giuro, se Amelio vince il Leone d’oro con questo film mi mangio una scarpa (è un raffinato omaggio a Werner Herzog che, avendo scommesso con Morris che se fosse riuscito a fare un film si sarebbe mangiato una scarpa, all’uscita del primo film di Morris, per fargli pubblicità, dopo averla bollita per ore, alla fine se l’è mangiata davvero) io non posso fare a meno di chiedermi: ma se invece di guardare questa porcata colossale, fossi andato alla conferenza stampa delle Femen?

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