Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 5
Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 5
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Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 5

La kermesse, i suoi personaggi e tutto quello che ci sta intorno. Vista con gli occhi di uno scrittore - Day 1 - Day 2 - Day 3 - Day 4 - Le madrine - Le immagini: 1 - 2 - 3

Nel week end ci si perde. I giorni si accumulano, e i film si confondono. Cosa ricordo di aver visto? Sicuramente memorabile il film della nipote di Francis Ford Coppola, Gia, cugina di Sofia, nipote di Nicholas Cage. O forse era la nipote di Sofia e la cugina di Nicholas? Ad ogni modo ecco la morbosità degli adolescenti californiani che viene così bene al cinema. Mettono voglia di andare a ballare. E infatti tutti si preparano per le feste.

Ce ne sono di esclusive per davvero e di esclusive per finta. Se lo sponsor è Bulgari è una festa esclusiva per davvero. Se no, no. A ogni modo, per le feste fintamente esclusive il dress code è quasi ovunque necessariamente casual visto che l’originalità la fa da padrona e i temi delle feste (le due di cui ho memoria, perlomeno) variano dagli anni ’60 al karaoke.

I bagni della sala stampa si trasformano in camerini di prova. Si formano code chilometriche in quello delle donne, da cui provengono nuvoloni di cipria e irrespirabili mix di essenze molto peggio dei gas di Assad. Quello degli uomini si trasforma in uno spogliatoio, dove le tracolle traboccano di cambi d’abito, cravatte dalle improbabili fantasie, camicie usa e getta scartate come pacchi di sigarette, scarpe lucide e a punta.

Uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita è stato varcare la soglia dell’antibagno e trovare un giornalista di una celebre testata, convinto di essere solo, intento a cantare in playback un grande successo anni ’80 (si giustificherà specificando il periodo, ma rifiutandosi di confessare il titolo del pezzo) e provare le sue nuove mosse di seduzione (mi hanno detto poi che ha divorziato da poco e sta pensando di mettersi un orecchino).

Finite presto le proiezioni, dopo essermi rimpinzato di baccalà mantecato e bigoli in salsa al Mercà, ristorante grazioso e non troppo distante dalle sale, disertata l’irraggiungibile festa di Vanity Fair, dislocata in un isolotto non meglio identificato, finisco alla festa sponsorizzata da Disaronno.

Lo spazio è prezioso, comodo, vicino. Ma ha un grave difetto. I free drink, anima di qualsiasi festa per sconfiggere la solitudine e gli imbarazzi e dare inizio ai baccanali, sono a base di amaretto. Ora. Se vi trovate a una festa in cui non conoscete praticamente nessuno, con della musica orrenda e, dopo aver guardato 5 film di seguito, cercate solo un modo per non apparire tristi e malinconici davanti alla massa di famosi e quasi famosi che si dimenano in balli di gruppo, l’ultima cosa di cui avete bisogno è un Disaronno sour. Potete berne decine. Non vi ubriacheranno. In compenso il bruciore di stomaco è garantito. E resterete a guardare gli altri ballare la conga con un’incontrollabile voglia di piangere.

La festa, almeno per me, non decolla. Passa Raffaella Fico, che riconosco grazie al prezioso aiuto di una pettegola che la insulta a un passo da me. Già che ci sono le chiedo una consulenza su un dubbio che mi attanaglia da un quarto d’ora. Chi è quella tizia (o tizio) di un metro e novanta con la fascia in testa che non fa altro che sgranchire le labbra botulinate? Una del Grande Fratello. Ma è uomo o donna? Boh. Penso che sia bicuriosa.

Passa il Presidente della Biennale, Paolo Baratta, e tutti quelli che hanno qualcosa da perdere o da guadagnare sorridono e alzano il tono della voce, in una gara impari con la musica.

Per qualche minuto restano tutti sull’attenti, fino a che non scompare, dietro una fioriera.

Poco più in là un abbronzatissimo Andrea Vianello, direttore di Rai Tre, sembra essere l’unico che si diverte davvero. Balla, per nulla ingessato, in uno di quegli abiti eleganti ma virili che rende così migliori le generazioni passate rispetto alla farsesca metrosessualità imperante nelle nuove.

Abbandonare la festa, vagare per il lido, lasciarsi trasportare da un vaporetto (che ovviamente non va nella direzione giusta) e ritrovarsi a girare di isolotto in isolotto, con la radicata convinzione che sia più bello perdersi che ritrovarsi, vedere sorgere l’alba, con la sua bruciante impellenza, domandandosi se l’espressione “sorgere l’alba” non sia di un infantilismo devastante, poi farsi una doccia, cambiarsi e tornare al Lido sforzandosi di non addormentarsi davanti allo spreco maniacale del talento di Christoph Waltz da parte del dissennatamente onirico Terry Gilliam , sentirsi intrappolato nella macchina in cui è ambientato il film Locke, pregevole tentativo riuscito a livello di sceneggiatura, recitazione, regia e fotografia (senza domandarsi ossessivamente perché tutti questi film belli fuori concorso?

Perché il concorso è affollato da mediocri vaneggiamenti retorici?

Sdraiarsi in mezzo al prato davanti al Casinò, venire calpestato da spettatori frettolosi, tornare al cinema per un unico piano sequenza (il digitale ha permesso un simile scempio) senza trama e senza costrutto del pretenziosissimo Gitai è un unico gesto sgrammaticato senza soluzione di continuità.

E insomma, che cosa resta, se non gli Aperol spritz con cui buttar giù l’ennesimo panino raffermo col salame prima di rifarsi la bocca con un altro (bel) film fuori concorso che si chiama Still Life e gettarsi in pasto alla festa per Daniel Radcliffe (Harry Potter) che stenta a farsi vedere. Il tema della serata è karaoke. Forse fugge perché qualcuno canta Biagio Antonacci (ma lo sapevate che la canzone Non vivo più senza te a un certo punto dice “la sua bocca, la sua bocca punta sempre più a sud”?) e in successione vengono proposti i Neri per caso?

L’atmosfera è soffocante, qualcuno sa in quale albergo alloggia il maghetto e propone di spifferarlo alle sue piccole fan imbucate alla festa per strapparli un lembo di maglietta in cambio di un drink offerto (che non sia Disaronno sour). Ma l’impresa si rivela più complicata del previsto e abbandono di nuovo la scena, imbrocco il vaporetto giusto e in uno stato di sonnambulismo raggiungo la mia branda a chilometri dal Lido, senza sapere che ore sono (le 4.15) e con il terrore di perdere la proiezione mattutina di Moebius, l’atteso film fuori concorso del Leone d’oro dell’anno passato, Kim Ki duk che, si dice, sia particolarmente truce. Se mi sveglierò e lo vedrò, ve lo dirò.

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