Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 4
Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 4
Società

Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 4

La kermesse, i suoi personaggi e tutto quello che ci sta intorno. Vista con gli occhi di uno scrittore - Day 1 - Day 2 - Day 3 - Le madrine - Le immagini: 1 -2

Il film delle 9 è una commedia brillante, con buoni sprazzi di humor inglese anche se tristemente annacquati da una retorica buonista sull’omosessualità e sulle adozioni. A me sembrano riuscite solo le parti divertenti. Ma la gente piange. In sala. Giornalisti e giornaliste coi lacrimoni. Al cuore non si comanda, ci mancherebbe. Ma è tutto cuore (e poco cervello) quello che dà vita al lungo applauso (il primo vero applauso per i film in concorso) alla fine della proiezione di Philomena .

A ogni modo il Festival sta ingranando. Le sale sono meno composte e ingessate. Una signora vestita di tutto punto si sfila le scarpe e mette i suoi orrendi piedi sullo schienale vuoto davanti a lei. Non oso immaginare cosa succederà nei prossimi giorni. Perché già l’effetto camping prende campo. Chi sbuccia frutti nel buio delle proiezioni, chi si azzarda ad improvvisare un live twitting con ipad suscitando le riottose reazioni dei vicini, disturbati dal riverbero azzurrino.

All’uscita mi concedo un caffettino alla terrazza Disaronno che, sorpresa sorpresa, ha prezzi umani. Cioè, caffè un euro, cappuccino un euro e trenta, brioche un euro, è di un’onestà disarmante, contando che al Lido (e in tutta Venezia) i prezzi per ogni cosa sono insensatamente moltiplicati. C’è un tramezzino ai cereali al bar Lyons accanto al casinò che costa 8 euro. Contando che per sfamarsi ne servirebbero 4 o 5 conviene decisamente un menù degustazione al ristorante.

Dopo una rinfrancante chiacchierata sulla totale follia delle stellette mediamente attribuite ai film in concorso, che sovvertono tragicamente il valore delle pellicole, ritorno in sala per il film di James Franco, Child of God , tratto da un romanzo di Cormac McCarthy. La necrofilia, dei temi trattati dalla pellicola sicuramente quello più stomachevole, allontana dalla sala nutriti gruppi di stomaci deboli. L’uscita di un primo coraggioso pioniere, come tra i greggi di pecore cui ci paragonavano alle elementari per darci dei conformisti, genera un’emulazione che raggiunge le dimensioni di un piccolo esodo. Non che la sala rimanga deserta, ma insomma, parte della tribù di cronisti sembra non reggere all’insana follia del protagonista.

Resto in sala perché quest’America, con la sua libertà, per tutti, anche per i pazzi, di avere un fucile (e di usarlo), nonostante possa essere nella realtà oggetto di discussioni etiche e morali dall’esito incerto, rappresenta da un punto di vista estetico uno dei massimi vertici narrativi. Grandi spazi disabitati, piccoli animali selvatici, un fucile: tutta la libertà di cui un personaggio ha bisogno per trovare se stesso.

Seduti accanto a me Francesco Rutelli e Barbara Palombelli, che rivedrò all’Excelsior durante un aperitivo pre-pranzo. La mia scelta di ordinare un negroni, vista l’ora, viene sapientemente moderata dal cameriere che per togliermi da ogni imbarazzo visto l’andirivieni di succhi e prosecchi, mi consiglia di prenderlo “sbagliato”, cioè più leggero.

Intorno a me, vip non meglio identificati (è vero, io non conosco nessuno e non mi intendo di gossip, ma i super famosi li conosco, quindi questi manichini trivellati da brevi scariche di flash, devono essere dei signori nessuno) ordinano club sandwich che torturano mollemente senza mangiarli davvero. Sotto di noi, la spiaggetta sembra quella dello stabilimento di Morte a Venezia, anche se non saprei dire perché. Lo spleen, quel misto di noia e pacato disinteresse, è il vero complemento d’arredo che avvolge i tavoli disseminati di arachidi, pistacchi e noccioli di olive.

Mentre mi allontano dal mio tavolo, in cui si stanno ricordando con nostalgia i compianti Sordi e Mastroianni, per una telefonata, arriva James Deen in compagnia di una ragazza con un look vagamente da suicide girl. Diavolo, è veramente basso. Anche nella scena di nudo integrale presente in The Canyons, le proporzioni sono tutte dalla sua. Peserà una sessantina di chili con la merenda in tasca. Me lo immagino in galera con il Rocco nazionale. Forse è brutto da dire ma il buon James farebbe una fine amarissima.

Torno al tavolo e finisco il mio drink. È evidente che non sarebbe carino ordinarne un secondo (nonostante scroccare aperitivi è senza alcuna ombra di dubbio uno dei principali motivi per cui valga la pena frequentare i festival in generale e quello di Venezia in particolare).

Sul red carpet c’è il cast di Night moves, sconclusionatissimo film in concorso che ho visto ieri sera con un’attrice con la faccia strana che non ricordo dove ho già visto ma che sono convinto di conoscere. La folla urla impazzita (c’è anche il ricciolo che ha interpretato Mark Zuckerberg in The social Network). Il muro di fotografi li abbaglia. Io svicolo volentieri. Faccio un salto in sala conferenze per le ultime battute di James Franco, che sembra decisamente il ragazzo che ogni genitore vorrebbe vedere accompagnarsi alla propria figlia. Faccia pulita. Elegante. Vagamente intellettuale. Simpatico. Non troppo minaccioso.

Insieme a lui l’irriconoscibile protagonista del suo film, che invece era molto più figo con barba incolta e sguardo da pazzo mentre urlava senza sosta tra grotte appartate e assolate praterie abusando di tanto in tanto di qualche cadavere. Comunque, non avendo preso le cuffie con la traduzione per evitarmi un’insopportabile coda per restituirle, non posso dire di capire pienamente il paragone con Taxi Driver di cui si sta discutendo.

Dunque mi avvio verso la sala stampa, fermamente intenzionato a rimanerci confinato fino a stasera (sono qui per lavorare, in fondo) riservandomi di decidere più tardi cosa fare stasera: vedere due film, di cui uno in concorso, vederne tre, aggiungendo l’horror di mezzanotte o tentare di imbucarmi a una delle tre feste di cui sono venuto a conoscenza (Vanity Fair, Disaronno e Circuito off) collocate in diversi luoghi di questo arcipelago di isolotti popolati da bella gente ben vestita tentando di spacciare la mia cravatta spiegazzata per una nuova tendenza in voga fra gli intellettuali?

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