Nicholas Cage
(Credits: Gettyimages)
Nicholas Cage
Società

Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 3

La kermesse, i suoi personaggi e tutto quello che ci sta intorno. Vista con gli occhi di uno scrittore - Day 1   - Day 2  - Le madrine   - Le immagini   - Le immagini 2

 

La corsetta mattutina è saltata. Non ho sentito la sveglia. È tardi. Molto tardi. Faccio colazione in vaporetto con un magnum infinity chocolate. Sbarco al Lido. Un’anima pia mi sta tenendo un posto in sala. Così arrivo, convinto d essere in ritardo. Invece, in una di quelle rare alchimie, mi siedo (sbattendo addosso a una prosperosa giornalista sudamericana) e il film comincia, in ritardo. Ed è il primo film-film. Finalmente America. Liquori. Bandiere sudiste. Pistole. Un montaggio che non cerca di farti sentire fisicamente poco allenato a non finire il film con la nausea. Cinema classico. America profonda. Nicholas Cage, fichissimo, alcolizzato e con una barba invidiabilissima che fuma una sigaretta dopo l’altra.

In sala moltissimi prendono appunti. Il film sembra piacere (a parte certi parrucconi a tutti i costi che all’uscita devono dare addosso a tutto quello che non ha pretese artistiche sovraumane). Sono tutti con la penna in mano, nel buio. Su tutti, un genio, ha una penna che si illumina mentre scrive. Sembra un po’ un lumino da cimitero, ma quel tizio ha veramente vinto la sfida.

Tanto che, per buona parte del film, mi distraggo a pensare quanto sarebbe fico avere quella penna e sentirmi in assoluto il più smart della sala Darsena, la sala dove praticamente campeggiano tutti i giornalisti. Al termine manco la pausa caffè perché c’è coda e attesa per il film successivo, si dice sia pornografico, c’è un attore hard nel cast in effetti, e poi c’è Lindsay Lohan, che dovrebbe diventare la prima vip che vedrò dal vivo a Venezia. Non che mi sia mai importato niente di lei, quando faceva la brava ragazza. Ma da quando è diventata “cattiva” il suo essere stata “brava” ha assunto tutta un altro fascino retrospettivo.

Che sia vero o no, non importa. I vip esistono per darci quello di cui il nostro immaginario ha bisogno. Quindi io me la immagino strafatta, sempre, un misto tra Paris Hilton e Britney Spears, ma ancora più viziosa e dissoluta. Finito il film la vedrò in conferenza stampa (e le domanderò di uscire a cena davanti a tutti. “Guarda che non c’è”, mi dice Mariarosa Mancuso, ormai mia tutor ufficiale in questi giorni di Festival. “Come non c’è?”.” Non c’è, sta male, deve pensare a se stessa, ma non li leggi i giornali?” “in effetti, non proprio” , “Vedi? se li leggessi sapresti che sul Corriere Mastrantonio ti premia come miglior foca monaca dell’estate”. Ok, qualunque cosa voglia dire questa frase sono  troppo affranto dalla mancanza di Lindsay per approfondire.

Per fortuna il film, divertente, ben scritto e ben girato, è però molto meno bello e molto meno spinto di come immaginavo.

In conferenza stampa quel tapiro di James Deen, pornoattore con la faccia furbetta, sembra un pesce lesso ancor più che sullo schermo. Un bambino un po’ nerd, che avrà pure un’arma segreta, ma insomma, a vederlo, non si capisce proprio perché tutte queste giornaliste si accapiglino davanti alla sala conferenze.

Tra l’altro, vista l’insana affluenza, possono entrare “Solo pass rossi”, quelli dei quotidiani, annuncia solenne la prima bodyguards corpulenta del festival. Le proteste continuano. Io non ho un accredito rosso. Ne ho uno blu, quello dei periodici. Noi blu siamo messi meglio di quelli con accredito giallo  e quelli con accredito verde (che non ho idea di chi diavolo siano, qualcuno dice ecologisti), ma inevitabilmente sottomessi a quelli con accredito rosso (per non parlare degli eletti dotati di una super specie di accredito rosso con pallino verde: quelli possono entrare anche nelle stanze d’albergo dei vip e abusarne sessualmente, pare).

Comunque per entrare mi devo industriare. Provo con un banale: “ho fatto anch’io sicurezza ai concerti, so cosa significa.”

Grugnito di approvazione

“ti capisco, davvero, lo so, se non posso passare non posso passare. Però…”

Grugnito di approvazione.

Dopo un quarto d’ora di trattative e grugniti mi fa entrare dall’uscita. “Quando sei dentro però fingi di zoppicare”.

“zoppicare?”

Grugnito di approvazione

Così zoppico fino a una sedia e non faccio in tempo a mettermi le cuffie con la traduzione che la conferenza stampa è finita. “Andate in pace”.

Adesso la questione è: esco e poi tento di rientrare, col rischio che con la sala piena mi tocchi di nuovo restare fuori  per quella in cui ci sarà Nicholas Cage o resto a occupare il posto e mi sorbisco la conferenza stampa di quelli che, alla prima impressione, mi sembrano un gruppo di peruviani pronti a suonare gli zufoli e fingersi pellerossa?

Resto.

Ma il nome del regista mi sembra rivelatore: Santiago Palavecino. Lo so. Sono un buzzurro. Ma mi tolgo le cuffie e li lascio blaterare in pace delle loro robe femministe.

Lavoro a un po’ di appunti sui film, che userò non so ancora come in futuro.

Finalmente arriva il gruppo del film Joe. Oltre a Nicholas Cage (senza barba, purtroppo) il regista Gordon Green e Tye Sheridan, attore bambino molto bravo nel film ma insopportabilmente pulito e timido dal vivo.

Avrebbero almeno potuto evitare di fargli la messa in piega.

Le prime due domande a Cage sono: 1) il film è una critica sociale alla crisi? e 2) perché in America si usano così tanto le armi per risolvere i problemi? Cage non ha una risposta. E non sembra intenzionato a trovarne una. Vorrei abbracciarlo. Chissà perché i giornalisti hanno questo bisogno morboso di trovare collegamenti con problemi sociali per ogni cosa.

Sto raccogliendo il coraggio per dire: “grazie per questo film americano con un montaggio comprensibile e un’attenzione commovente per la narrazione. C’è addirittura un vero finale. Non è mica scontato per essere un film “da festival”. Ma sono troppo irritato dalla figa di legno seduta accanto a me che essendo arrivata in un momento in cui ero in piedi ha pensato bene di sedersi al mio posto. E rispondermi, dopo che stavo cercando di recuperare le mie cose:  “Ma cosa cambia” con un volume più alto del dovuto e il tono lamentoso strascicato tipico di quelle bambine che non hanno mai ricevuto una sberla dai genitori. L’avevo già adocchiata in fila. È da prima che sgomita. Ha perfino avuto il coraggio di passare davanti al paramilitare di due metri (maglietta arancione acceso, salopette blu, leggo dal suo accredito che è inviato per RADIO/TELEVISIONE, ma non ho il coraggio di avvicinarmi di più).

Ora è seduta accanto a me e batte sul tablet con una fierezza immotivata rispetto alla sostanza del pezzo che sta scrivendo: “Nichiolas Cage entra di corsa, circondato dai fan, bello come sempre”. Profuma come le mie compagne delle media quando andavano di moda quegli orrendi profumi chiamati “bon bon di malizia”, una roba dolciastra sintetica che toglie il fiato.

Per star dietro al mio fastidio mi perdo un pezzo di conversazione. Sembra che l’attore bambino, che sta sempre zitto, dovesse essere un accanito fumatore nel film. Ma non aveva mai fumato una sigaretta in vita sua. Così, dopo che Cage gliene ha fatta fumare una terribile insieme al regista, hanno deciso che abolivano quella caratteristica del suo personaggio.

Lo odio. Lui non saprà ma ci cosa vuol dire andare a correre (o non andarci e sentirsi in colpa) per cercare disperatamente di smettere davvero di fumare dopo decine di tentativi falliti.

Alla fine  una tizia domanda in un inglese fastidiosamente approssimativo (è italiana, ma vuol fare la figa e porre la domanda in inglese incasinando la vita alla povera traduttrice simultanea costringendo Cage a farle ripetere la domanda 3 volte): ha intenzione di smettere di fare l’attore?

Cage risponde che per lui recitare in un film è parte di se stesso e che la vita è qualcosa di più che starsene sdraiato a bordo piscina sorseggiando un may thai. La sala ride. Ma sarebbe bello domandare ai molti presenti se loro, potendo scegliere, non preferirebbero mandare giù qualche drink in una villa californiana piuttosto che rispondere a tutte queste domande idiote.

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