Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 10
Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 10
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Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 10

La kermesse, i suoi personaggi e tutto quello che ci sta intorno. Vista con gli occhi di uno scrittore - Day 1    - Day 2    - Day 3    - Day 4    - Day 5    - Day 6    -  Day 7    - Day 8  - Day 9 -  Le madrine    - Le immagini: 1    - 2    - 3   - 4    - 5    - 6   - 7

La sala stampa è il posto da cui seguono la premiazione tutti quelli che non contano abbastanza. Gli altri sono dentro. Loro sono stati invitati. Qui sono rimasti solo quelli (e sono la maggior parte) che non hanno ricevuto gli inviti. O, ancora peggio, che devono lavorare.

Le sale degli ultimi film erano deserte. Poco pubblico pagante. Tra gli accreditati, chi poteva, è andato al mare. Io ho approfittato della giornata fiacca per visitare con calma una parte della Biennale, che finirò di visitare domani. Vista la mole di roba da vedere, sparsa per la città, temo che non me andrò mai da qui.

E giuro, l’ultima cosa che voglio è prolungare il mio soggiorno veneziano fra hippy invadenti e vaporetti affollati.

Ad ogni modo, dopo essermi perso per l’ennesima volta nelle calli, eccomi tornato nel più rassicurante Lido.

La sala stampa resta deserta fino all’ultimo, quando arrivano tutti e finiscono i posti, e la gente si accampa per terra, davanti agli schermi, in attesa di sapere chi sarà il Leone. Qualche esaltato tira fuori i pop corn. Tutti i premi collaterali che precedono il Leone devono essere spartiti fra i vari film. “just politics”, direbbero gli americani.

C’è stata , per stessa ammissione da parte del Presidente della giuria Bertolucci, la volontà politica di non assegnare la coppa Volpi per il miglior attore maschile a Donald Rumsfeld che, nei panni di se stesso, ha regalato senz’ombra di dubbio la migliore interpretazione del settantesimo festival del cinema di Venezia per il meraviglioso film di Errol Morris su di lui.

Ma, per Bertolucci, non era giusto premiarlo in quanto uomo simbolo della guerra.

Niente di strano. Se c’è una cosa che da fastidio in Italia è separare il talento dalla moralità.

Così è tutto regolare. Nessuna sorpresa. La coppa Volpi femminile e gli altri premi vengono assegnati a film destinati ad essere premiati. Come Tsai Ming Lang, che vince il premio della critica. Il che è anche umanamente comprensibile, tenendo conto della bellezza fotografica del suo lavoro.

Ma qualcosa di strano c’è: i tre pessimi film di tre registi importanti tristemente premiabili, conoscendo i gusti e i giochini delle giurie, non hanno portato a casa premi: Gitai, Garrel e Amelio sono rimasti giustamente a bocca asciutta.

Il che conferma quello che tutti sanno da giorni: uno dei tre vincerà.

I giornalisti sono tutti in fibrillazione. Twittano senza sosta quel che succede in tempo reale.

Prima dell’annuncio del primo premio si fa un silenzio tombale.

Come prima di un rigore. Più che aspettarsi qualcosa lo temono.

Ognuno ha il suo odiato vincitore in testa.

Si aspettano il peggio.

Io mi aspetto il peggio.

E mi ripeto mentalmente: “se vince Amelio mi mangio una scarpa. Se vince Amelio mi mangio una scarpa”.

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Rullo di tamburi.

E, sorpresa sorpresa, il Leone d’oro va al bellissimo film di Gianfranco Rosi, Sacro Gra.

Un documentario che non lo sembra affatto.

Una sequenza di immagini meravigliose e di personaggi che stanno a metà tra la realtà e la fantasia.

Pochi giorni prima avevo chiacchierato insieme ad altri giornalisti con l’ideatore del progetto e con il regista, a pochi minuti della prima ufficiale per il pubblico. Dicevano che era già straordinario essere a Venezia, in concorso. Più che una frase di rito, in questo caso, sembrava dovuta. In fondo si tratta di qualcosa di molto diverso dal solito e difficile da classificare. Oltretutto per essere un documentario è privo di ideologie preconcette che lo rendano appetibile ai fomentatori di campagne sociali.

E anche i margini di cui parla, le marginalità di cui racconta, non sono rivestite da quella patina di critica sociale dei soliti furbetti a caccia di facili consensi. Si tratta di un film in cui la solitudine e il rimpianto assumono una concretezza metafisica. E si incarnano nei gesti dei personaggi e nelle inquadrature del raccordo in uno spazio e in un tempo sospesi, pieni di gesti e di humor. L’ironia e il compiacimento sono gli ingredienti che regalano grazia e leggerezza a questo Sacro Gra.

Una leggerezza e una grazia che non dovrebbero essere perdute né considerate d’elite.

Il rischio è che il film venga concepito come qualcosa di totalmente distante dal pubblico pagante.

Invece, secondo me, non è così.

Il potenziale drammaturgico dei personaggi del film è enorme. Dall’attore di fotoromanzi al palmologo, dall’anguillaio, al nobile piemontese, i personaggi aprono il loro mondo per il desiderio voyeuristico che abbiamo sviluppato e affinato con il montare dei reality. Eppure non sono pacchiani. Non gridano e non tentano disperatamente di attirare l’attenzione. Però la catturano eccome la nostra attenzione. E sono così interessanti senza sapere nulla del loro passato, senza poter intravvedere nulla del loro futuro, che l’idea di dare una struttura seriale a quelle storie in sospeso, viene da sé. Ci sono molti momenti in cui mi fa venire in mente la serie tv Crash, praticamente sconosciuta in Italia, interpretata da un morente Dennis Hopper fino alla fine.

Con la scusa di intervistarlo dopo la proiezione del film è di questo che parlo con il paziente produttore, Marco Visalberghi, meritevole di aver aspettato per ben tre anni che il film fosse pronto.

Dopo qualche domanda, non riesco a trattenermi: “facciamoci una serie televisiva!”.

Questa realtà che potrebbe tangersi fino all’ultimo (grazie a un fotoromanzo, per un attimo, il mondo dell’anguillaio e dell’attore si sfiorano) alla fine rimane la realtà di moltitudini inconsapevoli l’uno dell’altro. Ma adesso, qui, a Venezia, per la prima volta, questi non attori si sono incontrati e, da attori, hanno calcato le passerelle e hanno portato il film di Rosi alla vittoria.

Secondo me c’è la straordinaria opportunità di intrecciare ulteriormente i mondi, non solo quelli della fantasia e della finzione, ma anche quello del cinema e della televisione.

In tempi in cui non c’è settore che non si definisca in crisi, si dovrebbe sfruttare il vero grande successo trasversale di questi anni: Romanzo criminale. Libro, film e serie televisiva.

Tre grandi successi.

Santo Gra è il nuovo Leone.

Il 26 esce il film di Rosi.

Poco più avanti uscirà il libro di Bassetti.

A quando la serie televisiva?

Come ho detto al produttore, con poca eleganza e fin troppo entusiasmo: non vedrei l’ora di scriverla.

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