Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 1
Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 1
Società

Venezia, il Festival e il miraggio della mondanità - Day 1

La kermesse, i suoi personaggi e tutto quello che ci sta intorno. Vista con gli occhi di uno scrittore - Le madrine

Arrivare a Venezia col treno è sempre un’esperienza surreale. Uno arriva vicinissimo alla meta senza guardarsi intorno. Poi la gente si agita, qualcuno si alza. Allora si staccano gli occhi dal computer o dal libro e si vede l’acqua. Da una parte e dall’altra. E quando esci dalla stazione, quella è già Venezia. Non è come Roma o Milano, non è come Genova o Bologna, che attorno alla stazione non sono quelle città ma sono “zona stazione” o poco più. Venezia è subito Venezia.

Sono qui per la mostra del cinema. Anche per molte altre ragioni, a dire il vero ma, lavorativamente, per seguire (o tentare di seguire) il miraggio della mondanità, della “dolce vita” veneziana, del costume, del gossip. Ma, fra le altre mille ragioni, vista la follia dei prezzi veneziani (in particolare in questo periodo) sono qui per regalarmi l’ultimo soggiorno giovanile dalla mia vita. E scriverci sopra, prima che sia troppo tardi. Così ho prenotato un ostello. Messo camicie e cravatte in uno zaino anziché in una valigia. Comprato un cappello da indie. E dopo aver viaggiato su treni follemente economici, con cambi infiniti tenterò comunque di imbucarmi alle feste esclusive e di scroccare aperitivi e colazioni nei migliori alberghi, mettendo in conto a qualche produzione cinematografica.
Ma i miei propositi non vanno nel migliore dei modi. Il treno che dovrebbe portarmi a Milano, dove ho il cambio per Venezia, è in ritardo. All’arrivo in Centrale mi fiondo fuori ma non ce la faccio a prendere la coincidenza. Aspetto il prossimo tentando di recuperare in un bar intorno alla stazione la mia nuova passione dell’estate: il magnum infinity chocolate. Non so da quando sia uscito e se tutta questa cioccolosità non possa diventare a lungo andare intossicante. Ma da quando ho smesso di fumare e ho occasionalmente scoperto questo gelato ne ho sviluppato un bisogno compulsivo. Fuori dalla stazione non lo trovo.

Torno al binario e finalmente arriva il mio treno. Ma una volta su, un attimo prima che parta, mi accorgo di aver lasciato agende e caricabatterie del computer (con batteria agli sgoccioli) sull’altro treno. Scendo. Interrogo l’assistenza clienti. Interrogo gli uomini delle pulizie (sembra che il treno sia finito in un parco non meglio identificato). “Che parco? Di cosa state parlando?” Ma con lo zaino sulle spalle e un cappellino molto friendly in testa non sono credibile. Provo ad urlare ma non serve a niente. Nessuno ha visto la mia roba. Nessuno sa niente.

Esausto corro a prendere il treno successivo, in ritardo. Mi sfogo al telefono con un’amica. “ho perso le agende, tutti gli appunti di duemila lavori. E non ho più caricabatterie. Se non ne trovo uno a Venezia, prima che chiudano i negozi, sono rovinato”. Arriva il treno. Ormai è certo che mancherò l’inaugurazione alle sette, dando buca a un paio di persone che potevano procurarmi i biglietti per la festa di stasera. Su cui dovevo scrivere. Il treno parte. Squilla il telefono. La mia amica ha chiamato la polizia ferroviaria. “Ce l’hanno loro. Perché non sei andato subito a controllare? Avevi due ore di tempo”. Trattengo lo rabbia e la gioia. Non ho libri o giornali da leggere. Ho un computer scarico. E nessuna agenda cartacea per lavorare a mano. Così sonnecchio inquieto tutto il viaggio.
E adesso Venezia, con la sua ondeggiante inconfondibilità è davanti a me. Cerco disperatamente un negozio di computer. Ne trovo uno su indicazione di un venditore di souvenir. Una botteguccia in cui un simpatico veneziano mi vende una cineseria per 20 euro, nonostante il mio caricabatterie (comprato in America quando ne avevo smarrito un altro in aereo) mi aspetti a Milano al mio ritorno, fra una decina di giorni.

Per risparmiare prendo il vaporetto senza biglietto, “come un vero punk”, mi ripeto. Ma non sono più punk da un pezzo. E faccio tutto il viaggio in piedi, come fosse un autobus, come potessi scappare nel caso passi un controllore. Sono agitato. E gli ultimi raggi del tramonto che si infrangono sull’acqua, vuoi per l’agitazione di sentirmi un fuorilegge, vuoi per il rimpianto dell’immaginaria spensieratezza con cui sfidavo le regole del vivere civile da adolescente, ma questa laguna ha mi trasmette davvero un senso di morte. Impossibile non ripensare a Morte a Venezia, romanzo di cui ho dimenticato quasi tutto tranne l’atmosfera putrida e sonnolenta, che sto sperimentando ora, ocme tutte le volte in cui torno in questa bellissima (troppo bellissima) città.
Scendo alla fermata Zitelle, fermamente motivato a posare lo zaino in camerata (ebbene sì, camerata, 16 letti) rinunciare al cinema (il desk al Casinò, al Lido, per ritirare gli accrediti stampa, è chiuso) e trovare il modo per imbucarmi comunque alla festa. Ma, dopo essere arrivato in ostello ed essermi innervosito per la presenza di insopportabili hipster con reflex digitali, molti di loro asiatici, con ciuffi e barbe alla moda che campeggiano a gambe incrociate sul molo fuori dalla reception, decido che il modo migliore per non comprare un pacchetto di sigarette dal vicino distributore e vanificare così due giorni di sobrietà tabagistica, è andare a fare una corsetta.

Mi cambio, ho portato le scarpe da corsa (acquistate un’ora prima di smettere di fumare, come memento mori), pantaloncini e una canottiera. Mi faccio una corsetta sul molo. Ansimo. Salgo sulle sale di una chiesa come Rocky. Mi butto a terra per una serie molto corta di flessioni. Riprendo a correre. Passo l’Archivio di Stato, una mostra su Joyce, l’Harry’s bar e una discreta quantità di coppie che mangiano a lume di candela.

L’acqua ha odore di marcio. La calli che si ramificano dal molo e il molo così fiocamente illuminato dai lampioni, in una pioggerellina salmastra che a guardarla sembra vapore, mi fanno sentire ottocentesco. Adesso dovrei tornare in un albergo lussuoso, farmi aprire i bauli da un bravo valletto, far chiamare una carrozza. Ma dopo la doccia, avvilito dalla pessima musica dance che subentra alla proiezione collettiva (incentivata dall’offerta pop corn + drink, 4 euro) di Into the wilde, non ho la forza di trascinarmi fuori.

Domattia recupererò l’accredito, insieme a un rinnovato principio di realtà, inseguirò qualche vip, cercherò i biglietti per le feste, piantonerò il red carpet e mi godrò questo prestigioso festival del cinema. Ma adesso mi ficcherò sotto le coperte sperando di non fare troppi incubi popolati di hippy. E mi godrò questo senso di morte a Venezia.

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