Un inviato a Sanremo - Day 5
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Un inviato a Sanremo - Day 5
Società

Un inviato a Sanremo - Day 5

La finale, la fine della festa

Il Festival di Sanremo 2014 è finito, andiamo in pace. Ha vinto Arisa, disincantata sul palco come in conferenza stampa, mentre fotografi e cameraman svicolano la sicurezza, e Fazio, abbracciato da tre guardie del corpo, manco fosse Saviano, snocciola sapide scuse sul calo di ascolti ammaliando gli intervistatori.

Sotto i riflettori, uno straziante De André, vincitore del premio della critica (abbiamo votato per lui) i Perturbazione (la seconda scelta) e, oltre a un certo Rubino (chi diavolo sarà mai?) l’unica star della situazione: Bloody beetroots. Che ha vissuto il Festival come una sagra di paese, evitando di sghignazzare in faccia ai poveri pazzi che vedeva intorno solo per non far venire un infarto a quel bradipo di Gualazzi, suo sodale. Con la maschera in faccia, incuriosisce e sbeffeggia tutti, godendosi l’esperienza etnica come un piacevole diversivo, probabilmente non capendo come si può portare sul palco dell’Ariston una celebrity come Tomme Lee e non trovare nessuno che gli faccia qualche domanda, tanto per dire, sulla sua storia con Pamela Anderson.

In sala stampa si mugugna perché il Corriere della Sera aveva lanciato la notizia della vittoria di Arisa molti minuti prima dell’Ansa, camuffando successivamente l’orario di uscita della breaking news per rendersi inattaccabile.

Ormai, con l’avvento del puntoit, ognuno è a caccia di visualizzazioni più di ogni altra cosa, la gente si venderebbe la mamma per qualche click in più sul suo pezzo. Tutti gli altri, a conoscenza della vittoria, peraltro scontata, che si erano attenuti all’embargo, non la prendono bene, e vola qualche insulto, che purtroppo non si tramuta in rissa, nonostante ci sia chi minaccia di saltare alla gola a questo e a quell’altro. Ma poi tutto precipita nella fretta di andare a dormire, gli ultimi romantici lasciano sul bancone del bar della sala stampa il loro numero alla meravigliosa barista bionda, che ha flirtato con tutti negli ultimi 5 giorni. I più scaltri hanno aggiunto sui social network da diverse ore, con la scusa di averle scattato delle fotografie che non potevano non mandarle.

E l’Ariston si svuota, fra gli acidi commenti di cantanti e relativo entourage, che se la prendono con questo e quello, colpevoli di non averli fatti vincere.

E ora?

Ora che ne sarà di noi?

Sabato è stato il primo e unico giorno del pienone, la strada del Casinò e dell’Ariston straripava di turisti e curiosi, di locali vestiti a festa che sfilano per la loro città, irriconoscibile, in un pomeriggio carnevalesco.

Ma adesso? Ora, tra una cosa e l’altra, è domenica mattina. Gli alberghi si stanno svuotando, la gente prende l’ultimo cappuccino sanremese, buttando giù insieme ai bicchieri d’acqua abbondanti dosi di paracetamolo per aiutarsi a smaltire i postumi di ieri sera.

La stazione è presa d’assalto, treni strapieni, un tripudio di macchine che sgasano dai parcheggi, valige, pacchetti, chili e chili di rassegne stampa abbandonate sulle panchine, nell’atrio dell’Ariston, un mare di parole, riflessioni, atti d’accusa, euforie, idiosincrasie, spesso più autoreferenziali dell’edizione più autoreferenziale di sempre del Festival di Sanremo.

Ora che gli artisti se ne vanno, che i cialtroni che si sono imbucati dove hanno potuto per provare a trovare un “gancio” televisivo se ne vanno, Sanremo attenderà le prossime feste per tornare a esistere. Nel frattempo, resterà lo spettro di città cui è destinata, a parte lo scalcinato casinò, ad essere. Un posto morto, per morti, in cui nessuna festa è davvero possibile, da quando i soldi anno iniziato a scarseggiare per le produzioni in grande stile.

E l’impressione è che gli ultimi che lasciano questa città siano gli ultimi testimoni di qualcosa di vivo. Il prossimo anno? È un’incognita tremenda. Alcuni addirittura si domandano se ci sarà un altro Festival. Non è che farà la fine di Miss Itaila, di cui nessuno sa più niente?

È il panico di una crisi irrimediabile in cui tutti rimpiangono il passato perché il futuro non sembra in grado di esistere.

È tutto così vago, così doloroso, così inutile, così necessario, che l’idea generale sembra essere trovare il modo per cui le cose vadano avanti, a ogni costo, perché possiamo continuare a esistere.

Perché quando morirà Sanremo (inteso come Festival, non come città, perché come città non esiste) moriremo anche noi.

Perché fino a che ci sarà un altro Festival di Sanremo, potremo pensarci vivi.

Perché Sanremo è Sanremo.

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