Un inviato a Sanremo - Day 3
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Un inviato a Sanremo - Day 3
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Un inviato a Sanremo - Day 3

La retorica, i figuranti, i parties e Nina Moric - La terza serata - Le pagelle ai look

"Il passato è il viagra di un presente senza futuro". L’ho letto su Twitter, e ho il sospetto si tratti di una citazione. Ma siccome googlandola non esce fuori nessun risultato, con un’altra citazione, rubo, non copio, e la faccio mia, come sintesi di questo terzo giorno di Festival.

La conferenza stampa di Fabio Fazio, questa mattina, dopo decine di domande sui dati d’ascolto in calo rispetto all’anno scorso, che minavano il suo sardonico sorriso, scosso da piccoli ictus, ha prodotto questo: “La parola buonista mi ha rotto le palle. In un paese dominato dall’odio attaccare il buonismo la trovo un’istigazione a delinquere”. Sembrerebbero parole ragionevoli. Peccato che la terza serata dia così tanto spazio ad un angosciante monologo di Lucianina sulla bellezza interiore che nei suoi picchi di originalità sintetizzabili nella frase “la verità è che ognuno è bello a modo suo”, fa diventare “haters” mezzo Ariston. L’altro mezzo applaude, ben inteso, il discorso sulla bellezza dei difetti, pronunciato da una che ogni tre frasi fa una battuta sulla statura di Brunetta.

Il vero picco di autolesionismo è però un altro: uno spettatore interrompe Fazio e gli grida: “basta, non ne possiamo più, vogliamo la musica”. La sala si spaventa. Di nuovo? Ma è una gag. Che trasforma la protesta in performance polemica per rispondere alla accuse di aver organizzato a tavolino la piazzata del primo giorno.

L’effetto non voluto è che l’attore in sala dice per finta quel che la maggior parte del teatro pensa davvero: basta retorica, vogliamo la musica.

È forse per questo che, tra una pausa pubblicitaria e l’altra, entra un esercito di figuranti, assoldati per riempire i molti posti vuoti in platea e galleria. È un nutrito drappello di precari, che si spostano da una fila all’altra, da un settore all’altro, per coprire i buchi e dare l’impressione che il teatro sia strapieno.

il dopo Ariston è decisamente più incoraggiante. 

Eseguito l’ultimo brano dei Perturbazione, una piacevole cover di David Bowie, Heroes, in featuring con Andrea Mirò, loro direttrice d’orchestra, è tempo di avviarsi, perché un dj set non si può davvero reggere alimentandosi a prosecchi.

Qualcuno va al Morgana, per una festicciola pacchiana. Ma i veri duri vanno, naturalmente al Casinò. Che brulica di giornalisti. Secondo la guardarobiera “sono tutti qui”. Anche stasera, niente poker. È di nuovo troppo tardi per giocare, questo è un Casinò per pensionati, mica Las Vegas.

Ma un industrialotto sudaticcio, che si accompagna a due inquartate hostess in vestiti leopardati, vale lo stesso il giro. Queste due sono talmente galline da non riuscire, per tre tentativi di fila, a trovare la giusta scelta di tempo per adoperare la porta girevole. Non mi trattengo, e dico “sareste perfette sul palco di Sanremo” e loro sorridono giulive, e mi ringraziano, sfilando a braccetto del loro accompagnatore che straborda in uno spiegazzato gessato.

Al terzo giorno, il clima è già esausto. Eppure, nonostante le acidità, e la stanca rassegnazione degli addetti ai lavori, che del Festival, nei corridoi, dicono solo peste e corna, tornando verso l’albergo, nella carica dei netturbini che lavano la strada dai coriandoli carnevaleschi, c’è già un po’ di nostalgia. Come nel ritornello del brano dei Perturnazione, L’unica, mio caro Festival, “muoio già dalla voglia. Di ricordarti a memoria”.

Perché Sanremo è Sanremo.

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