Un inviato a Sanremo - Day 2
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Il delirio della sala stampa, il botox di Baglioni, Nonna Franca, il Casinò... - Social #Sanremo - Le pagelle

La sala stampa del Festival di Sanremo assomiglia sempre di più a un’aula scolastica. Sui banconi bianchi dove ci si da di gomito durante le esibizioni compaiono le prime scritte irripetibili, vergate a penna o a matita, tra cui spicca un “abbasso Sanremo” con la w rovesciata.

Si moltiplicano le bottigliette d’acqua abbandonate, i bicchieri di carta con un fondo di dolcetto d’Alba, gentilmente offerto dalla Rai, bucce d’arancia, perfino un carciofo (?!?)

Quando Fazio imita Baudo suscita non poche malinconie tra gli addetti ai lavori.

Anche perché l’episodio del tentato suicidio del ’95, con l’impavido salvataggio del Pippo nazionale, è l’episodio più riesumato dal passato del Festival: “Pippo si sarebbe arrampicato” è il leitmotiv di queste ore in riviera.

Poi ci sono le telefonate sui terrazzini, le scuse imbarazzate dei giornalisti agli amici discografici, riguardo la scelta di una canzone o dell’altra, che tendenzialmente si risolvono con un macabro “dobbiamo rassegnarci al fatto che il popolo italiano ha votato male”.

Ma anche il machiavellico, ottuso, stolido, disincantato cuore dei giornalisti musicali, una razza ciarliera e infingarda che trama nell’ombra, nulla può davanti alla commovente bravura di Franca Valeri.

Deliziosa vecchina, nonna di tutti noi.

Che merita un inchino per l’incanto che è capace di creare.

E poi c’è il momento Baglioni, naturalmente. Che, prima con Piccolo grande amore, e poi con E tu scatena cori da stadio. Un’escalation che crea panoramiche con telefonini e tablet durante Strada facendo. Piccoli coretti, non tutti in playback, qualche passo di danza, battiti di mani, un paio di accendini, minacce di lacrime.

Ecco Sanremo, ecco lo spettacolo nazionalpopolare, la festa, il revival che non puzza di gelida operazione a tavolino. Una cosa semplice. Canzoni. Che ricordano cose. Che fanno cantare a loro volta.

Canzoni che uniscono generazioni e ricuciono, quelle sì, l’unità nazionale, altro che le boiate sui treni deragliati, l’elenco dei monumenti che crollano e i pretestuosi duetti buonisti sulla bellezza, quasi tutti con riferimenti a latrine et similia, che pretendono di farsi portatori di uno spirito risorgimentale che non sfiora nessuno. I più cattivi, contro ogni pronostico, non sono i giornalisti, sono i fotografi, asserragliati nelle trincee della galleria: sparacchiano qualche svogliata raffica e guardano l’orologio dicendo “ma quanno finisce sta lagna?”

Poi arriva Baglioni, che non riesce ad aprire gli occhi per via del botox, ma bene, benissimo, grazie al cielo, si canta.

La sala stampa, tutta, compatta, ricorderà solo quello. Nei ristoranti nei dintorni dell’Ariston non si parla d’altro: “Meno male che c’era Baglioni”. Qualcuno si sbilancia: “Domani ci vorrebbe Venditti”.

Poi tutto si dirada, le strade ritornano magnificamente deserte in quella che potrebbe essere una qualsiasi notte estiva, senza zanzare.

Gli irriducibili sono finiti al Casinò. “Dovere di cronaca”, mi dico. Entro troppo tardi, restano solo alcuni con l’accredito al collo ad accanirsi sulle slot machine. Un automa calvo, imperlato di sudore, che fa la guardia all’ingresso, mi dice che per il poker ho ancora qualche speranza. Ma è un inganno, sta finendo un torneo, e per il gioco “cash” è ormai troppo tardi, ai tavoli non siede più nessuno. L’ho scampata bella, non sarà oggi che perderò tutte le mie magre sostanze. Mentre mi appresto a varcare in uscita la diabolica porta girevole, il pelato all’ingresso mi strilla: “Com’era Baglioni?” “Fenomenale”, rispondo. “Speriamo che vinca, sarebbe anche l’ora”, mi risponde.

E mentre mi avvio verso l’Hotel, penso “peccato non sia in gara. Perché non sarà il più grande musicista vivente. La grande musica, come ricordava anche Franca Valeri, appassionata d’opera, lo sappiamo tutti, è un’altra cosa. Ma almeno lui ci ha fatto cantare. Invece di tante moine. Se questa manifestazione canora avesse un senso, le canzoni dovrebbero essere al centro dello show, non il resto.

Perché in fondo, inutile girarci intorno e fare tanto i raffinati che ascoltano indie rock, nonostante tutto, Sanremo è Sanremo”.

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