Bellezza: come si vedono gli adolescenti

Si fotografano col cellulare, postano le immagini sui social network e sono ossessionati dalla paura di essere brutti. Viaggio in un universo incomprensibile agli adulti

Terry Marocco

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Fragili Narcisi che si specchiano in se stessi. La bellezza? "È avere tanti 'I like' sul proprio profilo, i vestiti come quelli popolari e non essere sfigati": Maria, 11 anni, sintetizza così cosa vuol dire essere belli, o meglio sentirsi belli. C’è una sottile linea rossa tra gli adolescenti che divide il mondo dei belli, dei cosiddetti popolari, da quello buio degli sfigati. "Quelli soli, quelli che quando c’è l’intervallo li usi per giocare a cavallo" continua con soave cinismo la ragazzina. Come se essere bello regalasse una forza da supereroe, il potere di dominare, come spiega la scrittrice americana R.J. Palacio: "Il bisogno di trovare qualcuno da sottomettere per sentirsi superiori è certamente qualcosa di primitivo che ci portiamo dentro. Ma nell’adolescenza diventa necessario per sentirsi rassicurati e forti". Il suo libro Wonder (appena uscito in Italia per la Giunti), da mesi in cima alle classifiche americane, racconta del duro inserimento in prima media di un ragazzino mostro, affetto dalla sindrome di Treacher-Collins e con il volto deformato: i compagni non lo accettano, evitano di avere un contatto con lui, come se la sua faccia potesse attaccare qualche virus, come se la bruttezza fosse contagiosa.

Vedersi belli è per gli adolescenti la ragione principale per stare al mondo, la sopravvivenza animale a una mancanza di futuro, l’unica arma per essere visibili, la possibilità disperata per partecipare alla rincorsa della microcelebrità. "Altro che i 15 minuti di fama che profetizzava Andy Warhol, ormai bastano 15 secondi di visibilità, essere brutti significa essere invisibili. Il peccato peggiore" osserva la scrittrice Loredana Lipperini, che già nel 2007 con il suo Ancora dalla parte delle bambine prevedeva l’avvento di masse di lolite, tutte uguali e tutte senza infanzia. Dodicenni che partecipano ossessivamente a concorsi di bellezza su Instagram (alla parola "beautycontest" sul social network corrispondono 8.757 post). Una X rossa sul viso e sei eliminata, la scritta "ugly", brutta, e hai perso per sempre.

Il Washington Post recentemente ne ha trattato in prima pagina, raccogliendo l’allarme di una madre: le gare di bellezza virtuali sono l’ultimo dilagante fenomeno preadolescenziale. Corpi esposti a un giudizio che non viene più solo dai compagni di classe, ma da una comunità globale: è il mondo che decreta se sei bella o brutta.

Lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet nel suo La paura di essere brutti (Raffaello Cortina editore) racconta come negli ultimi anni il sentirsi brutti sia diventato il problema principale degli adolescenti, una vera e propria epidemia. "Un tempo c’era il sentirsi cattivi, il senso di colpa per la sessualità" spiega.

Secondo il National institute of health, i disturbi narcisistici della personalità sono tre volte più presenti nei ventenni che nei sessantenni: "Anche se non lo sono, gli adolescenti rincorrendo modelli inarrivabili spesso si sentono brutti, esposti alla paura di essere umiliati. Consci che se non si raggiunge la bellezza si è destinati a soffrire. Così si ha paura di uscire, di andare a scuola, ci si cela dietro a piercing, tatuaggi, digiuni. Fino al suicidio" conclude Charmet.

Per arrivare a un’idea di perfezione il corpo deve diventare sempre più virtuale, è quello che appare sui social network, dove gli adolescenti si fotografano per ore, disperatamente belli, abbronzati e poco vestiti, come se la loro vita trascorresse sempre su una spiaggia californiana. Spiega Matteo Lancini, psicoterapeuta e docente alla facoltà di Psicologia dell’Università Bicocca di Milano: "Il corpo è sempre stato centrale nell’adolescenza, la grande novità di questa generazione di nativi digitali è che l’identità si costruisce attraverso uno strumento che ti mette in contatto con il mondo. La visibilità diventa ampia e così il concetto di bellezza, che si fonde con quello di popolarità".

La fragilità di Narciso ha soppiantato la rabbia, la sana ribellione di generazioni più ideologizzate. Alla fine l’ansia ha preso anche chi scrive. Ho aperto la porta della stanza di mio figlio di 12 anni e gli ho chiesto: "Ma tu sei bello o brutto?". Ci ha pensato un attimo e poi non ha avuto dubbi: "A volte sono bello, a volte sono brutto. Lo decidono gli altri come sono".

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